Commenti su: Manerbio: è scontro sui lavori con l’asilo Marzotto

Giordano

Mi sembra che l’articolo tenda a relegare le ragioni dell’opposizione in una ipotetica ed astratta posizione di difesa del passato e della storia, basate per di più su un allarme di cui si può dubitare (l’uso del condizionale sul pericolo di snaturamento dell’architettura è illuminante:«potrebbe» snaturare la storia e l’architettura dell’edificio […] «si perderebbero» i tratti distintivi), mentre si presentano le posizioni dell’amministrazione comunale come indiscutibilmente efficienti, razionali, moderne, sostenibili e confortevoli, finalizzate innanzitutto alle esigenze dei bambini. Si arriva persino a sostenere che l’intervento previsto sarà (non dovrebbe), perentoriamente, sarà!, persino attento alla «cura» delle caratteristiche architettoniche «di un edificio da troppo tempo abbandonato a se stesso».
In sostanza nell’articolo, di fronte all’attuale progetto in larga parte approssimativo e disinvolto nello specificare i dettagli architettonici, che pretende di intervenire su un’architettura progettata dettagliatamente, ove necessario, in scala 1:1 da un architetto considerato come colui che ha progettato "forse il più importante complesso di opere assistenziali italiano”, si dubita dei danni distruttivi e deformanti che esso produrrebbe?
Si dubita se coprendo le superfici architettoniche dell’edificio esistente con 12 cm di “cappotto” si possano alterarne l’autenticità, la materia costitutiva e l’aspetto? Si dubita se un’operazione edilizia di riconfigurazione di un’architettura, ai confini tra il finto e il falso, possa alterare i suoi caratteri distintivi?
Ma soprattutto si ignorano le possibilità alternative al cosiddetto efficientamento energetico che solo architetti attenti e rispettosi dell’esistente e, in questo caso in particolare, delle qualità del progetto del progettista che l’ha realizzato, potrebbero progettare.
In ogni caso mi sembra che per comprendere la portata di quanto sia distruttivo il progetto dell’amministrazione comunale di Manerbio sull’asilo sarebbe necessario uscire dalla “cecità”, angusta e provinciale, con la quale si continua a guardare al patrimonio architettonico locale costruito nella prima metà del Novecento.
Basterebbe considerare l’attenzione che a Valdagno e nel vicentino hanno dedicato alla “città sociale” costruita tra il 1927 e il 1937 dall’architetto Francesco Bonfanti, che tra 1937 e il 1942 la realizzò anche a Manerbio.
A Valdagno la “città sociale” è diventata un elemento distintivo e qualificante della storia della città e per la provincia di Vicenza un importante luogo turistico segnalato in un apposito sito web, un patrimonio culturale da conservare e valorizzare, mentre a Manerbio a tutt’oggi si continua a ignorarne il valore, a lasciarla degradare e si arriva persino a distruggerla disinvoltamente con operazioni sconsiderate.
Alla “città sociale” di Manerbio, come ovviamente a quella di Valdagno, sino ad oggi sono stati dedicati libri, mostre, studi, Tesi di Laurea (cinque solo per Manerbio) e spazi nel WEB. A Manerbio questi contributi culturali sono stati completamente ignorati, mentre a Valdagno anche per il più sprovveduto visitatore la “città sociale” è “visibile”, a cominciare dalla segnaletica (La città sociale) che guida a percorrere le vie e le piazze che la costituiscono. In un museo è stato allestito persino un settore ad essa dedicato.
Come ricorda Italo Calvino nel suo libro Le città invisibili, «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se c'è n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrire. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».