Chiari

Addio al pompiere eroe che salvò due giovani vite

Giovanni Battista Lorini si è spento a 84 anni: gli fu conferita la medaglia di bronzo al valore civile

Addio al pompiere eroe che salvò due giovani vite
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di Federica Gisonna (in collaborazione con Guerino Lorini)

Una persona che ha sempre preferito agire nell’ombra. Un uomo che si è dato così tanto agli altri, ma senza mai prendersene i meriti. Il vigile del fuoco Giovanni Battista Lorini, conosciuto come Gianni, si è spento a 84 anni circondato dall’affetto dei suoi cari. Chiari è in lutto per la sua scomparsa.

Addio al pompiere eroe che salvò due giovani vite

Pochi, troppo pochi, sanno però che fu lui il pompiere che nel 1960 salvò la vita a due giovani intrappolati su un isolotto del fiume Brembo che, senza il suo intervento, quattro minuti dopo avrebbero trovato la morte. Di questo eroico gesto, a Chiari non si sapeva nulla. L’autore, infatti, da sempre restio ad ogni tipo di visibilità, lo aveva tenuto nascosto finché nel 1996 ne venne a conoscenza l’amico giornalista Guerino Lorini (fondamentale per la stesura di questo articolo) al quale risultò difficilissimo ottenere il consenso per la pubblicazione (gli ci vollero tre settimane). La vicenda, infatti, emerse solo quando Lorini, nell’archivio del quotidiano L’Eco Di Bergamo con il quale collabora da oltre 40 anni, cercando date e particolari su una persona scomparsa nel medesimo periodo, trovò la foto di un giovane intento a ricevere una medaglia. Subito gli sembrò di conoscere quel ragazzo, ma non ci fece troppo caso. Successivamente, però, decise di soffermarsi e si accorse che era il suo amico e parente, Gianni Lorini. Una persona che conosceva fin dalla nascita, ma del cui gesto non sapeva nulla.

La figura

Nato e cresciuto a Chiari, Gianni Lorini è stato un uomo di quelli che lasciano il segno. Un vigile del fuoco capace, una persona amata e stimata. Dopo il militare, infatti, una volta capito che quella del pompiere era la sua strada, vi si è dedicato anima e corpo, prima a Bergamo e poi a Brescia. Nella sua lunga carriera ha partecipato, tra l'altro, alle più imponenti operazioni di soccorso alle popolazioni colpite da calamità naturali, come il terremoto dell'Irpinia, della Sicilia e di Udine, ma anche le alluvioni del Vajont, di Firenze e di Lovere. Inoltre, per un periodo, nel passaggio tra le due, non è mancata una parentesi di volontariato proprio nella sua Chiari. In servizio fino al 1992, non si è mai tirato indietro e ha dato il massimo nel suo lavoro, sempre con dedizione e cura del prossimo. Un amore, il suo, che ha trasmesso anche al figlio Luca, attualmente in servizio a Brescia come vigile del fuoco e che, anche durante la permanenza del feretro alla Casa del Commiato di Mombelli, ha apposto il suo casco vicino alla bara del papà in segno di profondo rispetto. Oltre a tutta la cittadinanza, al cordoglio per la scomparsa di Gianni, però, non si sono aggiunti soltanto i «colleghi» del provinciale, ma anche i volontari del distaccamento di Chiari, attualmente guidato da Oscar Salvi, che hanno espresso le loro condoglianze e ricordato Gianni con affetto. In tanti, infatti, si sono stretti ai figli Luca con Roberta, Nicoletta con Luigi, gli adorati nipoti e al fratello Angelo. Le esequie, invece, sono state celebrate mercoledì pomeriggio nella chiesa di Santa Maria.

L’episodio del salvataggio

Immenso coraggio, Gianni, lo dimostrò nell’agosto del 1960 quando senza alcuna esitazione, si tuffò nel fiume Brembo per salvare due ragazzi. Un salvataggio epico, premiato con la medaglia di bronzo al valore civile che gli venne conferita dalla Prefettura di Bergamo. Il primo a raccontare quanto accaduto fu, come già detto, Guerino Lorini sull’Angelo stampato nell’agosto 1996. Quel 13 agosto del 1960, Pierino Ambrosoli e Giovanni Pedroncelli, intrappolati da un giorno e una notte su di un isolotto del Brembo, vennero salvati da un'azione coraggiosa di Lorini e del suo compagno di squadra e sommozzatore Piero Piazzalunga. Per questo salvataggio erano stati impiegati una trentina di vigili del fuoco, che si erano adoperati per otto ore con diversi tentativi, anche rischiosi, andati a vuoto. Sarebbero bastati solo pochi pochi minuti di ritardo e la furia della corrente avrebbe portato via i due giovani. Di questo salvataggio parlarono a lungo l'Eco di Bergamo e la radio; la notizia fu ripresa anche da altre testate nazionali, ma a Chiari non fece scalpore, in quanto tutti davano Lorini e Piazzalunga come due vigili del fuoco di Bergamo, senza segnalarne la città d'origine. Per tanti, troppi anni, il clarense ha infatti tenuto il segreto anche con gli amici più intimi. Lo sapevano solo alcuni parenti stretti e i genitori che, il 2 giugno 1961, in occasione della Festa della Repubblica, lo avevano accompagnato a Bergamo dove il prefetto Micali lo insignì della medaglia di bronzo al valor civile, alla presenza delle massime autorità civili, militari e religiose. Tornato a casa, appesa ad un chiodo dietro una porta l'importante decorazione, le foto e l'encomio finirono in un cassetto e di quell’impresa non se ne parlò più. O almeno, non fino alla scoperta di Guerino Lorini su quella pagina ingiallita nell’archivio dell’Eco. «Non c'era bisogno di farmi pubblicità, ho fatto il mio dovere come lo fanno in molti», così disse Gianni Lorini all’amico e parente.

I dettagli

L’operazione di salvataggio ebbe inizio poco prima della mezzanotte del 12 giugno, quando al comando dei Vigili del Fuoco di Bergamo arrivò la richiesta di accorrere a Capriate: su un isolotto al centro del fiume Brembo, bloccati dalla piena, c'erano due giovani diciassettenni, Pierino Ambrosoli e Giovanni Pedroncelli. Li avevano trovati alcuni parenti, allarmati dal loro mancato ritorno a casa e dai temporali che da diverse ore imperversavano in Valle Brembana e sull'intera provincia di Bergamo. Sul posto vennero inviati una trentina di pompieri con alcuni sommozzatori e la necessaria attrezzatura. Date le condizioni avverse, la scarsa visibilità e il persistere della pioggia, le operazioni furono rinviate alle prime luci dell'alba. Per tutta la notte i due naufraghi vennero tenuti sotto controllo con le potenti fotoelettriche. I primi tentativi di soccorso iniziarono alle 3.30 del giorno seguente e si susseguirono per otto ore, ma fallirono per la furia della corrente. Vi furono momenti di panico e di paura: l'operazione era ancor più difficile del previsto perché la corrente stava trasportando a valle detriti e tronchi d'albero che impedivano ogni tentativo di attraversare il fiume. Più tardi, il comandante Scirè decise di far intervenire il sommozzatore Piazzalunga e Lorini. A bordo di un gommone, i due puntarono verso l'isolotto lottando contro i vortici e la furia della corrente. Avevano da poco superato la metà del tragitto quando un'onda si levò improvvisa, scaraventandoli in acqua e facendoli scomparire per qualche secondo alla vista dei loro colleghi e delle tantissime persone che si erano portate sul posto per seguire le operazioni, ma i due, aiutati dalla fune preventivamente lanciata sull'isolotto, e dai compagni, riuscirono a mettersi in salvo. Fu un ennesimo fallimento, che scoraggiò tutti quanti, facendo precipitare le possibilità di salvezza. Poi, alle 8.30, a causa dell'aggravarsi della situazione (dato l'aumento dell'acqua minacciava di spazzare via l'isolotto da un momento all'altro) il comandante fece intervenire nuovamente Lorini e Piazzalunga. I due partirono decisi verso il centro del fiume e per diversi minuti li videro lottare contro la corrente, scomparendo e riemergendo più volte tra le onde: un altro tentativo che pareva destinato a fallire. Poi, però, Lorini, dimostrando coraggio e freddezza non comuni, si legò attorno alla vita una corda e si gettò nelle acque vorticose per raggiungere l'isolotto a nuoto. Una volta a terra, si mise a tirare la fune con tutte le forze, riuscendo così a far accostare la barca. Un tentativo estremo e pericoloso, seguito con il cuore in gola da tutti i presenti, che consentì di salvare i due giovani dopo diciotto ore trascorse in preda al panico.

Di quella drammatica giornata, Lorini raccontò all’amico di ricordare che nei momenti di maggior pericolo aveva avuto dei lampi di memoria, nei quali rievocava i suoi cari, gli amici lasciati la sera prima e quelli che da giovane trovava al campetto dell'oratorio per fare quattro tiri al pallone. Una cosa di pochi attimi, perché aveva due giovani vite da salvare e non poteva pensare che a loro.

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