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L'intervista esclusiva a Michele Dancelli, re di Sanremo

L'intervista esclusiva a Michele Dancelli, re di Sanremo
Sport 20 Aprile 2017 ore 16:36

Chi c'è in fuga? Per anni la risposta fu una, Michele Dancelli. Il velocista coraggioso non era fatto per le passeggiate in comitiva. Su quella bici, Michelino, così lo chiamavano i colleghi, poteva tutto. Superava i velocisti, scattava, e non lo si vedeva più, per chilometri, tanti fino a che diventava per i compagni un puntino, sempre più vicino alla linea del traguardo. Le distanze, così come la resistenza e il coraggio per Dancelli non sono mai state una possibilità, ma anzi una certezza.

Dov’è nato?
«Sono nato l'8 maggio 1942, a Castenedolo. La mia era una famiglia numerosa, sono l'ultimo degli otto fratelli viventi. Avevo solo 14 mesi quando mio padre morì, di lui non ho ricordi. Ne ho invece moltissimi di mia madre, le cui fatiche per mantenere da sola una famiglia così numerosa, sono impresse nella memoria. Si arrabattava per trovare come mantenerci, lo zio uccideva maiali su commissione, capitava di riuscire a ricavare qualche bistecca. Vivevamo in due stanze, era poco, ma non ho mai sentito che mi mancasse qualcosa, quello che avevamo era più che sufficiente».

Adolescenza, mattoni e bicicletta. Ci racconti di quand’era ragazzino.
«A 12 anni iniziai a fare il manovale per un’impresa del posto, a 14 anni, fui assicurato, e fu per me un traguardo importantissimo, con uno stipendio mio, avevo la possibilità di comprarmi anche qualcosa. La passione per la bici prese vita per la più semplice delle ragioni, la pura competizione. Era con mio cugino Franco Novelli che iniziai a correre. Con il mio primo stipendio, di 21 mila lire, riuscii a comprare la mia prima bicicletta, che però ne costava 22 mila. Fu con le mille lire che mia madre aggiunse che la portai a casa, per modificarla e trasformarla da semplice bicicletta sportiva in bicicletta da corsa. Si lavorava 10 ore al giorno, ma una volta finita la settimana, che spesso finiva il sabato a pranzo, salivamo sulla bici io e mio cugino diretti sulle colline di zona del basso Garda. Resomi conto di avere delle qualità, iniziai a confrontarmi in qualche gara, dove arrivarono le prime vittorie da dilettante. Decidiamo io e mia madre, di provare a lasciare il lavoro da muratore, di intraprendere la carriera da corridore».

Quando si è reso conto che qualcosa stava cambiando?

«I successi sono arrivati presto, continuavano le vittorie tra i dilettanti e vengo subito notato da Giorgio Albani, direttore sportivo della Molteni.  Fin da subito mi ha fatto controllare dai suoi osservatori, verificando ogni volta i miei risultati e a 23 anni mi ha fatto passare alla Molteni». (N.d.r. Una delle squadre più forti ai tempi nel panorama ciclistico).
Che ciclista era e come è diventato?
«Andavo molto forte in salita soprattutto quando stavo bene. Scalavo, per questo mi hanno definito scalatore. Ero però in grado di vincere anche in volata. Era questa la mia forza, basso, leggero, in grado di battere i velocisti. Il mio spirito combattivo mi portava sempre ad arrivare da solo, ma se arrivavo con un gruppetto ero in grado di battere gli altri in volata. In salita ovviamente ero sempre molto forte, tant'è che tra le mie vittorie al Giro d'Italia (undici tappe n.d.r.) c’è una tappa dolomitica con arrivo sulla Marmolada. In carriera ho vinto tre volte il Giro dell'Appennino che era una delle corse più dure per scalatori dell'epoca, una volta con una fuga di oltre 200 chilometri a oltre 40 di media».
Perchè la chiamavano Michelino i compagni?

Perchè lo ero, ero esile, pesavo 64 kg».

Le sue gare più importanti?
«La Classifica finale della Parigi Lussemburgo, 6 tappe con una media totale di oltre 43 chilometri orari. Poi c’è stata la Freccia Vallone di 250 chilometri. Di quella vittoria devo ringraziare il mio direttore sportivo Albani che per ben due volte mi consigliò di farmi riprendere dal gruppo mentre ero in fuga perché ero partito  troppo presto. Quel giorno mi consigliò di farmi suggerire dal compagno Rudy Altig  il momento giusto per partire. E così andò. Fu anche  grazie alle loro indicazioni che  vinsi questa gara importantissima. Tra le storiche ovviamente c’è la Milano Sanremo nel 1970».
Parte della sua fama è legata ad una fuga in solitaria di 70 chilometri? Cosa successe quel giorno?
«Arrivavo dalla Parigi Nizza dalla quale mi ero ritirato alla penultima tappa perché mi sentivo troppo stanco. Il freddo e la neve di quell’edizione mi avevano affaticato molto. Ma mancavano solo tre giorni alla Milano Sanremo. Non ebbi il tempo di fare nessun allenamento, se non quello di ritornare in bicicletta da Milano a Castenedolo.  Quello rappresentò il mio unico allenamento per quella gara. Quel giorno, la competizione, andò come tutti la ricordano. Partimmo in fuga diversi corridori a 200 chilometri dal traguardo, tra cui Franco Bitossi, Roger De Vlaeminck, Walter Godefroot, Aldo Moser, Rik Van Looy e  Italo Zilioli, a 70 chilometri lasciai la compagnia e il solo De Vlaeminck cercò di resistermi ma io preferii non aspettarlo e decisi di continuare da solo. Arrivai solo al traguardo di Sanremo. Fu un’emozione fortissima».

Milano Sanremo, cosa non si è raccontato di quella gara?
«Non tutti sanno la storia della medaglia d'oro. Carlo Chiappano mio compagno alla Molteni mi dice che il suo amico tabaccaio di Loano ha messo in palio a un traguardo volante una medaglia d'oro. Non potevamo non conquistarla. Così, una volta  arrivato a Loano scattai e vinsi la medaglia messa in palio dal tabaccaio che riporta una palma e che conservo tutt'ora.  Dopo  questo scatto mi accorsi di aver guadagnato qualche decina di metri sul gruppo dei fuggitivi e decisi di proseguire. Quell'attacco un po' casuale mi portò ad arrivare a Sanremo da solo con una media di 44 chilometri orari. In quella gara, dove Eddy Merckx era il favorito, riuscì a recuperare quasi tutti i fuggitivi ma si piazzò solo ottavo».

Aveva un avversario «odiato»?
«Nessuno, solo non mi piacevano i lamentosi, chi tendeva a lamentarsi spesso e per cose di poco conto. Posso dire che le maggiori rivalità erano con Gianni Motta e Franco Bitossi, anche perché avevamo caratteristiche molto simili. Anche Felice Gimondi andava forte, ma era un diesel».

Il collega più amato invece?
«Merckx, lo chiamavano cannibale ma era il più corretto, nonché il più brillante dal punto di vista tecnico e strategico».

Il successo, la fama, quando se ne è reso conto veramente?
 «Quando ho potuto mantenere la promessa fatta a mia mamma. Le avevo dato la mia parola che le avrei comprato una casa. Questa per me è stata una delle soddisfazioni più grandi. Un successo che non smette di lusingarmi, perchè ancora oggi ovunque vada vengo fermato da appassionati e conoscitori che mi ricordano quanto fatto».

Ciclismo di ieri e ciclismo di oggi, cosa è cambiato?
«Molto sia nella preparazione e nella tattica sia dal punto di vista economico. Ai miei tempi non c'erano le radioline e noi corridori eravamo molto più spontanei e intraprendenti. Eravamo più autonomi.  Ora i corridori sono attendisti e ricevono direzioni per tutta la gara via radio e spesso non possono fare quello che invece si sentirebbero di fare. Economicamente ricordo che nel 1965 dopo aver vinto 15 corse ottenni un contratto di 12 milioni di lire. Con quei soldi all'epoca si potevano comprare due appartamenti, ma oggi  un corridore che conquista 15 vittorie potrebbe ottenere un contratto di un paio di milioni di euro con i quali si comprerebbe ben più di 2 appartamenti».

Vittorie complessive, c’è chi dice 75, chi 80, chi 85? In realtà quante sono?
«Sinceramente non me lo ricordo, tante. E sulla questione ci sono versioni diverse».

In quale corridore di oggi si rivede?
«Il mio preferito è Alberto Contador. Ma quello in cui mi sono rivisto di più è Michele Bartoli, il quale porta il mio nome. La scelta è dovuta al papà che da appassionato di ciclismo  promise di dare al figlio (nato nel 1970 n.d.r.)  il nome del vincitore della Milano Sanremo di quell'anno.  Lo chiamò Michele, in mio onore».

Ha dei rimpianti?
 «Dal punto di vista personale no, mi sono sposato e dopo la fine del matrimonio ho avuto altre relazioni. Tre i figli nati, due dalla prima moglie, Renzo e Liana e uno dalla storia d’amore con una donna originaria di Cuba da cui è nato Miguelito. Dal punto di vista professionale invece un piccolo rimpianto c’è. E’ quello di non aver vinto il mondiale che avrebbe completato ulteriormente la mia carriera ciclistica. Per ben due volte sono arrivato terzo (Imola 68, Zolder 69, n.d.r.),  una volta a seguito di una foratura, una volta per un errore tattico, peccato davvero».

Marika Marenghi


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