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Arianna, la dea del motocross: «Passione infinita»

Arianna, la dea del motocross: «Passione infinita»
Sport 10 Aprile 2017 ore 15:56

Passione su due ruote quella che ha rapito a tutto gas la giovane Arianna Marocchi, castiglionese di nascita, «spericolata» nel cuore. Arianna ha 26 anni, prima ragazza italiana a praticare il freestyle nel motocross e una delle poche a viverlo come sport. Studia a Trieste «Scienze e Tecnologie per l’ambiente e la natura» e di passioni ne ha tantissime.

Qual è la tua maggiore passione? Come nasce e quando?
«Di passioni ne ho tantissime e hanno accompagnato in modi diversi i periodi della mia vita. Le mie passioni sono molto diverse fra loro. Una ovviamente è la moto, passione che ho sempre avuto fin da piccolina, ma anche vivere il mare  è una mia seconda passione su cui indirizzerò il mio futuro percorso di studi. Non saprei dire quando siano iniziate entrambe queste passioni. Le ho sempre seguite con il mio cuore, con l'istinto, perché so che quando vivo qualcosa in questo modo è più duraturo rispetto a quando un’esperienza è più ragionata. Ho iniziato ad andare con la moto a 11 anni e 10 mesi, ma questa voglia di salire in sella alla moto è nata quando ero piccola. Anche il disegno e la musica sono degli hobby che mi accompagnano sempre, in particolare, la musica è una costante che non può mai mancare nella mia vita».

Come hanno reagito i tuoi genitori quando hanno saputo che avevi scelto il motocross come sport?
«Sono stata molto insistente, li ho sfiniti e alla fine si sono convinti. Sono stata fortunata perché sia mio padre che mia madre hanno sempre avuto la passione sia per lo sport in generale che per le moto, anche se non ne avevano mai avuta una. Mia mamma però da giovane pensava di prendersene una con la sua amica, quindi hanno sempre visto bene questo mio interesse. Mia mamma è sempre stata una donna molto sportiva e soprattutto con l’idea che un carattere forte sia molto più importante di altre cose. Io sono cresciuta così, con questa idea, e non mi sono mai posta il problema se una cosa potesse essere più adatta ad un maschio o ad una femmina. I miei genitori comunque mi hanno appoggiato e dopo un anno che avevo iniziato ad andare in moto ho iniziato subito a partecipare a diverse gare».

A quali gare hai partecipato? E che premi hai vinto?
«Ho iniziato le gare quando avevo 13 anni, facevo miniendur con un Honda HM cinquantino. Ho fatto per un anno  miniendur sia italiano che regionale. Ho fatto altri cinque anni di Enduro sia italiano che regionale lombardo Fmi e italiano Fmi nella categoria Under 23. Il primo anno è stato di gavetta, poi nel 2005 e nel 2006 ho vinto i due regionali. Anche il primo anno con il 125 è stato un anno di gavetta perché si tratta di un passaggio di cilindrata  importante. Poi mi sono rotta un polso e in quel periodo ho avuto un po’ di difficoltà, ma ho comunque proseguito con le gare. Sono stata operata e ho fatto due anni di fermo. Dopo la pausa ho voluto comunque riprendere a partecipare alle gare, ma ho cambiato specialità entrando nel supermotard».

Qual è la gara che ti ha reso più orgogliosa?
«Non ne ho una in particolare, sono tante. Una di queste è quella fatta in Slovenia dove, essendo il primo anno nel supermotard, dovevo combattere per il primo posto. Faceva caldissimo e sono riuscita a vincere anche dopo una caduta. Altra vittoria è stata ad Ottabiano, una delle piste che ho sempre preferito. Altra vittoria per me, anche se non in una gara, ma sono stata la prima ragazza a fare freestyle in Italia, sono riuscita a fare un clicker».

Ti è mai capitato che ti dicessero che lo sport che fai è più da ragazzi?
«Mi è capitato spesso che mi facessero questa osservazione, però non trovo che ci siano sport da ragazzi e altri da

ragazze. Penso che, però, ci siano sport che richiedono un tipo di carattere e altri sport che te ne chiedono altri tipi».
Lo reputi uno sport molto pericoloso?
«Sicuramente lo è, ma io consiglierei di farlo perché se piace è giusto che sia praticato. Poi dipende dalle specialità, alcune sono più pericolose di altre. Ma è uno sport che insegna tanto anche a livello personale».


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