REFERENDUM

Le ragioni del “Sì” e quelle del “No”

L'approfondimento online è stato organizzato dal gruppo politico di Chiari, Per Una Chiari Virtuosa.

Le ragioni del “Sì” e quelle del “No”
Brescia, 18 Settembre 2020 ore 17:40

di Marco Meazzini

Le ragioni del “Sì” e quelle del “No”. L’approfondimento online è stato organizzato dal gruppo politico di Chiari, Per Una Chiari Virtuosa.

Le ragioni del “Sì” e quelle del “No”

«Sì» o «No»? Domenica 20 e lunedì 21 si andrà alle urne per il referendum costituzionale sulla riduzione di un terzo del numero dei parlamentari della Camera e del Senato. Per la validità del referendum costituzionale confermativo, a differenza che per il referendum abrogativo, non è previsto dalla legge un quorum: l’esito è comunque valido indipendentemente dalla percentuale di partecipazione degli elettori.

Chi vota «Sì» dà il via libera alla riduzione approvata dal Parlamento, chi vota «No» lascia tutto com’è ora.
Nella serata di lunedì, in maniera virtuale, si è tenuto un dibattito per approfondire la questione. L’evento è stato organizzato dal gruppo politico «Per una Chiari Virtuosa». A moderare la serata è stato infatti il coordinatore Alberto Ravelli, che ha gestito il dialogo a due tra la fazione favorevole e quella contraria. A dibattere sulla questione sono invece stati l’onorevole del Pd Alfredo Bazoli e Marco Ladu, tra i sostenitori del comitato bresciano per il «No».

I due volti della serata

Alfredo Bazoli, classe 1969, è membro della Camera dei Deputati dal 2018 nello schieramento del Partito democratico. Laureato in Giurisprudenza, è avvocato e siede nella Commissione Giustizia.
Marco Ladu, classe 1992, è Cultore della materia in Diritto Pubblico all’Università degli Studi di Brescia.
Le due parti si sono confrontate in tono pacato, informando i presenti sulle specifiche delle due scelte, in un contrasto costruttivo e moderato.

Perché votare pro o contro? Parliamo solamente di una riduzione dei costi o di una soluzione per efficientare il sistema?

Bazoli: «Da 25 anzi 30 anni in Italia si parla della necessità, anzi dell’opportunità di fare riforme istituzionali che diano al nostro paese un sistema un poco più efficace ed efficiente, rispetto alla soluzione che abbiamo oggi. Nel passato, e anche nel recente passato, si sono tentate riforme complessive della nostra Costituzione, nella parte del regolamento delle istituzioni, ma tutti questi tentativi sono naufragati. Un naufragio dovuto alla complessità e alla articolazione della proposta. Non si è riusciti a fare una riforma complessiva. In questa legislatura si è quindi pensato di provare a fare un ragionamento diverso. Proviamo a vedere se un ragionamento piccolo, una singola riforma dopo l’altra, si possa quindi riuscire a puntare ad un ammodernamento. Tutti convengono sulla necessità di un ammodernamento dell’architettura costituzionale. Le inefficienze sono visibili a tutti. In tutte le ipotesi anche passate si puntava ad una riduzione dei posti. Perché? Una commissione formata da tutti i migliori costituzionalisti italiani, di tutti gli schieramenti politici, già nel 2013, connetteva la riduzione dei numeri dei parlamentari in connessione alla rappresentanza, non al costo. Io credo che la riduzione vada verso una partenza e di obiettivo per cambiare verso l’efficienza, la reputazione e il prestigio dell’assemblea».

Ladu: «Questa non è una riforma. Partiamo da sfatare inesattezze e falsi miti, che purtroppo sono vivi in questo referendum. Il primo falso mito è quello che il taglio porta all’allineamento dell’Italia con gli altri paesi. Non è assolutamente così. Dobbiamo fare un paragone di principio, paragonando affinità. L’Italia ha un bicameralismo paritario. Camera e Senato hanno uguali poteri nel sistema, già così abbiamo un numero maggiore rispetto ad altri Paesi. In concreto però andando a verificare il numero dei parlamentari restando in Europa, notiamo che laddove vi è un parlamentare ogni 100mila abitanti, l’Italia è 23esima su 27 stati. Anche la maggior efficienza è un mito da sfatare. Parliamo di qualità e non quantità. Io in modo provocatorio mi domando se la riduzione aumenta il prestigio? Io credo di no. Terza inesattezza è il mito del risparmio. A conti fatti, noi andiamo a vedere le cifre e non vi è un vero risparmio concreto. Parliamo di 81,6 milioni di euro anno. In rapporto con il debito pubblico risparmiamo lo 0,005%. Una dato bassissimo, vista la rinuncia di rappresentanza pubblica. Questa non è una riforma, non stiamo dando un nuovo aspetto al sistema. Siamo sulla via di una pura sforbiciata di matrice populista».

Facciamo finta che lunedì vinca il «Sì». Quali scenari si possono aprire e come la Lombardia vivrebbe questa scelta?

Ladu: «Guardiamo i numeri. Il problema viene dalla composizione di Camera e Senato, che non vengono composte con gli stessi criteri. Il Senato è formato su base regionale. Se noi andiamo a vedere cosa succede con la riduzione dei parlamentari, vediamo che ad esempio, alcune regioni sono penalizzate. In Umbria e in Basilicata passiamo da 7 a 3 senatori, con una riduzione del 57%. Sono giustamente rappresentate? In altre regioni non succede così. Ad esempio in Trentino Alto Adige ci sarà una riduzione del 14% della rappresentanza. Il voto di un sardo varrà la metà rispetto ad alcune regioni. Il taglio non è equo. La Lombardia perderà il maggior numero di senatori, passando da 49 a 31. La nostra regione non sarà favorita dal taglio».

Bazoli: «Io rimango stupito quando sento argomenti legati alla non riduzione, sulla base di numeri e statistiche. È la prima volta in 25 anni che sento argomenti di questa natura. Non c’è stato un partito o esperto della materia che abbia dato opinione per non ridurre parlamentari, solo oggi, a ridosso del referendum, arrivano queste motivazioni. Sono stupefatto. Tanto più che i numeri sono contrastanti. Io ho una ricerca dell’Istituto Cattaneo, un istituto indipendente, che studia i parlamentari nei paesi democratici con 25 milioni di abitanti. Il numero più rilevante è quello del Regno Unito, seguito dall’Italia, dalla Polonia e dalla Francia. I numeri sono chiari, è meglio ridurre. Alla Camera 400 deputati sono più che sufficienti per garantire un funzionamento del sistema. Se vince il “Sì” si può aprire una nuova stagione di riforme. Auspico che si apra una stagione di riforme possibile, chiusa quattro anni fa, quando è stato bocciato il referendum voluto dal Governo Renzi. Andiamo verso un meccanismo di riforme, ma se vince il “No” si blocca, anzi si chiude il blocco delle riforme. Con il “No” l’opinione pubblica smentisce il 90% dei parlamentari».

Che iter e che scenari si aprono nei prossimi anni?

Bazoli: «Noi abbiamo la speranza di agganciare una serie di altre riforme che possono migliorare il sistema. La legge elettorale sarà decisiva, questo è il vero tema».
Ladu: «Io non ho detto che i parlamentari devono restare 630 e 315. Io non credo nella sforbiciata. Serve una revisione, c’è una distorsione però con questo taglio sul sistema bicamerale. Tutti quelli che sostengono il “Sì” puntano solo sui difetti. Le riforme costituzionali non rispondono alle logiche del taglio. Due camere con e quali poteri? Il problema è volere una sola camera elettiva e l’altra no? È un altro discorso di efficienza, il bicameralismo rimane con i suoi tempi lunghi. Qui non cambiamo. Il bicameralismo rimane, i problemi sono nel sistema costituzionale. Qui tagliamo solo, senza contare la sovra rappresentanza di alcuni partiti. Se tagliamo i numeri senza verificare chi ci sarà nel parlamento è un problema».

Come si accederà alla politica dopo il referendum?

Ladu: «Come oggi operano i partiti e come si rapportano nei confronti dei cittadini? Il tema è più ampio rispetto al referendum. Un taglio lascia meno spazio. Va da se che ci sarà una selezione maggiore. Siamo sicuri che a questo corrisponda un diverso approccio nella scelta dei rappresentanti? Io non sono sicuro. Chi è lì da 40 anni ci resterà di sicuro. Qualità e quantità non vanno di pari passo».
Bazoli: «Penso che il tema dell’accesso alle cariche pubbliche o il potere dei partiti sulla scelta dei candidati non dipenda dal numero di questi. Possiamo avere anche 1.500 parlamentari ma se la legge elettorale prevede liste bloccate, con la possibilità dei partiti di scegliere l’ordine e stabilire chi verrà eletto, l’accesso al Parlamento sarà inalterato. Il numero quindi non è il tema, sono due binari che non si incrociano mai. Questo tema rischia anzi di inquinare il dibattito. Deve esserci equilibrio nel sistema, questo è il tema. Io capisco le regioni che portano al non alimentare l’anti-politica che sta dominando oggi in questo Paese, credo però che dobbiamo stare attenti. Dare uno schiaffo così forte al Parlamento che è pro riforma può generare sfiducia nelle istituzioni».

L’appello al voto

Bazoli: «Un “Sì” per rafforzare la competenza, il prestigio e la reputazione dell’Assemblea. Dobbiamo ridurre il numero per dare un segnale di sobrietà. Un segnale da non buttare visti i tempi».
Ladu: «Serve qualità e non minor quantità. Se noi parliamo di prestigio del Parlamento e delle istituzioni, questo prestigio va anche meritato, guadagnato. Quindi avere 400 “asini” o 630 non è attraverso il taglio che si migliora la qualità. Non è attraverso il taglio che si migliora la qualità, non siamo all’ultima occasione. Anzi dobbiamo lavorare sull’esigenza di un taglio, ma va combinata con altri cambi. Non bisogna darla vinta all’anti-politica. L’onorevole Bazoli parla di 92% di politici che si sono schierati in favore alla riforma del referendum. Ma la Costituzione dà l’ultima parola al popolo sovrano, ai cittadini. Non è un popolo contro, ma un popolo chiamato in causa ad esprimersi come da suo diritto. È giusto che il cittadino si esprima».

L’intervento del sindaco

Anche il primo cittadino clarense ha partecipato al forum sul «Sì» e «No». Massimo Vizzardi ha sottolineato come il confronto sia stato costruttivo, evidenziando però una discrepanza su tematiche e tempi del confronto politico: «Temo che stiamo affrontando un tema così importante in modo tardivo – ha detto – Questo è davvero un peccato, perché sarebbe stata un’occasione da discutere in modo più ampio e anche con la cittadinanza. Purtroppo questi sono i tempi che abbiamo. Si sente spesso parlare della riforma elettorale che può venire dopo. Auspico da chi è in prima fila nelle istituzioni di capire la modalità che potrebbe portare maggior peso di rappresentanza del territorio nelle istituzioni. Uno dei temi critici è il fatto di un Parlamento e dei parlamentari che sono sempre più lontani dal territorio»

 

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