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Cosa succede in Turchia dopo il colpo di Stato

Cosa succede in Turchia dopo il colpo di Stato
Politica Montichiari, 22 Luglio 2017 ore 08:10

Ankara ha dichiarato il 15 Luglio giorno della democrazia e dell’unità, definendo tale data come «storica vittoria per la democrazia turca». Si tratta del giorno in cui, un anno fa, è fallito il colpo di Stato contro il governo del presidente Erdogan, un golpe organizzato da una fazione dell’esercito e forse influenzato dal predicatore islamico Fethullah Gulen (che d’altro canto ha sempre smentito ogni coinvolgimento). Dal 1960 tre erano stati i colpi di Stato portati a termine dalle forze armate turche che in quest’ultimo, però, sono state umiliate.
Colpa di una scarsa organizzazione o della mancanza di un leader?

Nonostante le prime analisi parlassero di un colpo di stato improvvisato, non sembra che fosse questa la realtà. Più probabile che sia stata sottovalutata la potenza di una figura politica come quella di Erdogan che, al potere da oltre dieci anni, ha l’appoggio della popolazione religiosa e conservatrice. In molti, del resto, hanno anche sollevato dubbi sulla genuinità del golpe, arrivando a supporre che potesse essere stato architettato dallo stesso Erdogan per legittimare le restrizioni alle libertà civili e le purghe avvenute in seguito.

Dopo il golpe, le epurazioni e l’accentramento del potere. Cosa è successo, infatti, nei dodici mesi passati da quel 15 luglio 2016 che ha provocato la morte di 290 persone? Il primo dato riguarda gli arresti effettuati dal governo. Subito dopo i fatti, oltre 2800 golpisti e più di 2700 giudici (pari a un terzo del totale) sono stati rimossi dalle loro cariche, sotto lo sguardo cauto dei principali leader internazionali, che hanno condannato il tentativo di presa del potere dei militari restando alla finestra davanti alle purghe di Erdogan.

È iniziato quindi un attacco alla stampa che non si è svolto soltanto sotto forma di pressioni o chiusura di giornali ma soprattutto con l’arresto di decine di giornalisti, tanto che oggi il Paese è definito “la più grande prigione di giornalisti del mondo”. Sono moltissime, in verità, le categorie toccate dalle epurazioni degli ultimi mesi: attivisti, insegnanti, accademici, avvocati, giornalisti, scrittori, blogger, femministe, sindacalisti, funzionari pubblici. Basti pensare che più di 140mila funzionari, insegnanti e accademici statali sono stati licenziati, mentre oltre 50mila sono finiti agli arresti.

Grazie allo stato di emergenza nel quale il Paese si trova ormai da un anno il presidente Erdogan ha potuto avocare a sé tutti i poteri esecutivi. Può quindi ora ordinare isolamenti, sequestri di proprietà, detenzioni, chiusure di organizzazioni e istituti.

L’attacco alle Ong e l'”arma migranti”. Nei mesi scorsi anche le attività di molte Ong internazionali sono state sospese per ragioni di “sicurezza nazionale”. Il 22 novembre 2016, infatti, è stato emesso il decreto che ha ordinato la chiusura di 375 organizzazioni non governative, tra le quali associazioni per i diritti umani, di assistenza ai rifugiati e per i diritti dei bambini. A livello internazionale la Turchia sembra ormai essere fuori dall’Europa, soprattutto dopo la chiusura della rotta balcanica avvenuta l’anno scorso, che ha dimostrato quanto efficace sia per Ankara l’“arma dei profughi” contro Bruxelles. Evidenti sono, d’altro canto, i problemi economici nei quali versa il Paese. Se dopo il fallito golpe non si è verificata la tanto temuta fuga dei capitali stranieri, la debolezza finanziaria si è enormemente accentuata, così come la svalutazione della lira turca rispetto al dollaro.

L’altra faccia della Turchia. Esiste però anche un’altra faccia della Turchia, quella che è scesa in piazza il 15 giugno scorso per la grande marcia per la giustizia lanciata dal Chp, il partito repubblicano laico e secolarista, principale forza di opposizione al governo di Erdogan. Partiti da Ankara, 450 chilometri prima, più di un milione di persone hanno manifestato a Istanbul il 9 luglio per protestare contro la detenzione di un deputato del partito, Enis Berberoglu, condannato a 25 anni di detenzione per aver fornito informazioni riservate al quotidiano d’opposizione Cumhurriet.

Celebrando il primo anniversario del tentato golpe, Erdogan ha affermato che «da allora nulla e più come prima». Se le decine di migliaia di arresti fanno pensare che il Paese sia entrato in un periodo nero per la democrazia, la marcia per la giustizia del Chp fa sperare che la Turchia plurale che rivendica libertà e diritti possa abbattere i muri di paura del regime islamo-nazionalista del Presidente.


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