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welfare in azione

#genera_azioni un progetto nato per la Bassa Bresciana

Nella Bassa Bresciana il progetto ha puntato sul rafforzamento dei legami per dare risposte ai problemi delle vulnerabilità.

#genera_azioni un progetto nato per la Bassa Bresciana
Glocal news 30 Aprile 2021 ore 15:53

La Bassa Bresciana è stato uno dei luoghi più colpiti dalla pandemia, soprattutto durante il primo lockdown della primavera 2020. Un territorio dove, ancora per gli strascichi della crisi economica del 2009, erano presenti diffuse situazioni di fragilità e vulnerabilità economica e sociale che oggi gli effetti della pandemia rischiano di aggravare. Dal 2016, però qualcosa è cambiato, con l’innestarsi nel territorio del progetto #genera_azioni, sostenuto dalla II edizione del Bando Welfare in Azione di Fondazione Cariplo.

Il progetto #genera_azioni

Un ampio intervento di sostegno alle situazioni di vulnerabilità che colpiscono le famiglie e gli adolescenti nei comuni di Montichiari (capofila del progetto e dell’Ambito Distrettuale), Acquafredda, Calcinato, Calvisano, Carpenedolo, Remedello, Visano. Basato sull’idea che costruire relazioni, costruisce comunità. E’ nato dalla collaborazione fra le 7 amministrazioni comunali e alcune realtà e del privato sociale (cooperative sociali La Sorgente, Nuvola, Viridiana, La Vela oltre a consorzio Tenda e associazione Ama), ma soprattutto dalla consapevolezza che la crisi che il territorio stava vivendo non fosse solo economica, ma di sistema.

Per questo #genera_azioni ha puntato fin da subito alla promozione di un welfare spontaneo. Ha creato risposte sperimentali che puntassero anche sul protagonismo e sulle relazioni per affrontare i temi del lavoro, della casa e in generale della vulnerabilità.

Le azioni messe in campo

Il progetto #genera_azioni ha contribuito alla creazione di sei Punti di Comunità. Gestiti da facilitatori per favorire lo scambio di proposte, idee e risposte costruite insieme ai cittadini e alle associazioni del territorio. Nel tempo sono stati realizzati 552 laboratori e raggiunte quasi 6.000 persone, di cui la metà in condizioni di vulnerabilità. Dopo il progetto, terminato nel settembre 2019, i Punti di Comunità sono rimasti aperti e integrati nella rete ordinaria dei servizi. Sono inoltre diventati luogo di incontro e scambio con altri progetti presenti sul territorio. Un esempio sono state le collaborazioni con: LAB’IMPACT – Progetto FAMI Regione Lombardia dedicato all’integrazione di stranieri e migranti); e con la Rete di contrasto alla violenza, che nel novembre 2020 ha aperto presso uno dei punti uno sportello del Centro Antiviolenza territoriale.

#genera_azioni per i giovani

Sono state create attività dirette alla pre-adolescenza (medie) e ai primi anni di gioventù (fino 23-24 anni). Queste si sono dimostrate un’occasione di aggancio di situazioni di vulnerabilità anche adulta, e di collaborazioni stabili con reti istituzionali e non (scuole, associazioni sportive, biblioteche). Nei primi due anni, sono state coinvolte imprese e realtà del terzo settore locale, ed è stato realizzato un catalogo di postazioni per l’alternanza scuola lavoro. Uno strumento per permettere ai ragazzi di sperimentarsi e fare esperienza diretta “on the job”.

Dal terzo anno, a seguito delle modifiche normative, che hanno ridotto molto i tempi da dedicare all’alternanza per le scuole superiori non professionali, sono nati laboratori e progettualità di diversa natura, spesso disegnati insieme ai ragazzi stessi. Ci sono stati laboratori più ricreativi come la riqualifica di spazi con graffiti e la realizzazione di percorsi peer to peer (da ragazzi a ragazzi). Ma sono stati avviati consigli comunali dei ragazzi in 3 comuni, promuovendo la partecipazione ed esperienza diretta di cittadinanza attiva.

#genera_azioni e bisogni abitativi

Per quanto riguarda l’asse casa, è stato creato un piano integrato per dare risposte ai bisogni abitativi dei cittadini, in particolare residenti in quartieri fragili. Il progetto ha previsto risposte di supporto economico-tramite un apposito fondo di garanzia per rinegoziare affitti sul mercato privato e/o per creare le condizioni di accesso. E anche l’inserimento del “custode sociale”, ovvero una figura con competenze educative per lavorare sulle relazioni di buon vicinato e cura dei luoghi in alcuni complessi residenziali. Sono stati 4 i condomini diventati “sociali” grazie al progetto. Un’esperienza che è continuata dopo l’intervento professionale del custode sociale, grazie all’individuazione di “custodi junior” tra gli abitanti. Ovvero, figure di volontari che hanno assunto il ruolo di facilitatori nei loro contesti residenziali.

Un esempio è il condominio sociale di Calcinato, dove esistevano diverse situazioni di fragilità non intercettate. La riqualificazione dell’abitare è partita dal coinvolgimento degli abitanti, per arginare le situazioni di fragilità e porre rimedio a quelle di emergenza. In una prima fase, il progetto si è appoggiato a un operatore che ha impostato il lavoro, ma che in seguito è stato affiancato da un giovane inquilino che, grazie al condominio, ha imparato un mestiere. La condivisione ha generato anche tagli alle spese perché ha coinvolto gli inquilini nello svolgimento delle attività condominiali, come pulizie e piccoli lavoretti. Inoltre, nel condominio sociale è stato possibile conciliare domanda e offerta nel mondo del lavoro: alcune inquiline, disoccupate, sono state assunte dalla ditta di pulizie locali per lavorare proprio nell’edificio.

#genera_azioni e lavoro

Sono state realizzate diverse azioni anche sul fronte lavoro. Oltre alla creazione di un fondo tirocini, sono stati ideati percorsi di “capacitazione” di gruppo dei destinatari. Una scelta che ha permesso la condivisione per i beneficiari, di una consapevolezza più profonda delle difficoltà e delle opportunità del cercare un lavoro. Ma anche, per gli operatori, la possibilità di poter osservare dal vivo anche competenze relazionali e trasversali che oggi sono sempre più ricercate. Nel triennio sono state 397 le persone incontrate, 96 le persone inserite in un percorso occupazionale e 93 aziende coinvolte a vario titolo. Il percorso oggi è ancora in uso e a disposizione di nuovi target di cittadini, tra cui i beneficiari delle misure di reddito di cittadinanza.

L’intervista

Abbiamo chiesto a Elena Rocca, project manager di #genera_azioni di raccontarci il suo punto di vista sul progetto.

Prima dell’inizio del progetto, quali erano i problemi principali del vostro territorio ai quali volevate dare una risposta?

Quando #genera_azioni è nato, il nostro territorio scontava le profonde ferite economiche e produttive della crisi del 2009. Anche se il tasso di crescita demografica restava attivo, erano crollate le opportunità di lavoro e le fasce di popolazione che necessitavano un supporto erano ampie. Ricordiamo bene anche le interviste o i dialoghi condivisi con i diversi attori del welfare locale in fase di progettazione: stanchezza, affanno e sensazione di dare sempre risposte parziali la facevano da padrone. Per questo, le nuove fasce in povertà economica ponevano un problema di tenuta dei servizi e sentivamo la necessità di ricomporre in maniera significativa gli interventi a sostegno delle persone. Le parole chiave del progetto sono state quindi: prossimità, ricomposizione, sperimentazione. E quindi: essere più prossimi ai bisogni emergenti; sperimentare risorse che andassero oltre interventi tradizionali; e ricomporre le funzioni di governance delle politiche sociali del territorio.

E ora, 5 anni dopo, che cosa è cambiato grazie agli interventi?

La sperimentazione si è chiusa a settembre 2019, trasformandosi in parte integrante della rete dei servizi territoriali, sostenuta direttamente con le risorse dei nostri comuni. Da quel settembre e fino a dicembre 2020, era importante per #genera_azioni uscire dalla sua fase di “sperimentazione” e mettersi alla prova dei fatti integrandosi sempre più con il territorio. È arrivata però tragicamente la pandemia che ha messo alla prova il sistema. I punti di comunità hanno dovuto essere chiusi, i laboratori delle diverse aree di progetto, principale motore di aggancio e fidelizzazione dei beneficiari, sono stati sospesi.

Tra tutte le innovazioni introdotte grazie al progetto, qual è stata la più significativa?

L’innovazione principale sta, forse, nel fatto che il progetto ha messo in luce in modo evidente che “insieme, è meglio”. Perché #genera­_azioni è un nuovo modo di intendere l’intervento sociale, che integra sguardi molto diversi: dai servizi sociali tradizionali, agli sguardi educativi di professionisti, dalla spontaneità delle associazioni alla voglia di dire la propria dei beneficiari.

Che cosa è accaduto che non era stato previsto? E che cosa il progetto non è riuscito a realizzare?

Non era stato previsto che sull’azione casa a fare davvero la differenza fossero i condomini sociali, più che l’aiuto affitti. Sull’area lavoro ci siamo accorti che più che una necessità di matching tra domanda e offerta, ci fosse il bisogno di accompagnamento e di fare gruppo. E poi non ci immaginavamo nemmeno lontanamente la potenza d’aggancio che ha avuto sui giovani il progetto. E infine non ci aspettavamo che i punti di comunità diventassero sedi di altri servizi, come nel caso del centro antiviolenza. Per quanto riguarda invece gli aspetti non realizzati non ha funzionato la coabitazione tra giovani. Avevamo trovato un appartamento dove potessero vivere insieme ragazzi giovani che diventassero volontari sentinella del progetto e non si è candidato nessuno. Anche sulla coabitazione tra persone fragili abbiamo realizzato meno esperienze di quelle che ci aspettavamo. Io credo che si tratti di modelli che in città funzionano, ma che sul nostro territorio non hanno fascino.

Quali sono state le principali difficoltà?

Lavorare in rete e con la comunità richiede moltissime energie. Continuare ad alimentarle, alternando momenti operativi con momenti di confronto e pensiero, spesso anche di sviluppo condiviso delle risposte è l’unico modo per farlo.

C’è una storia che più di ogni altra racconta la trasformazione che il progetto ha generato?

A inizio progetto avevamo destinato molti fondi per i tirocini all’interno delle aziende. Quando però il percorso di accompagnamento di gruppo ha preso piede abbiamo visto che, alla fine, c’erano più persone che avevano trovato lavoro in maniera autonoma rispetto a quelle che invece avevano bisogno del nostro supporto per essere inserite. Per noi ha significato che aveva funzionato la modalità del cercare lavoro con altri.

Che cosa resta sul territorio che prima non c’era?

I punti di comunità, il bagaglio prezioso dell’esperienza e le aumentate competenze di operatori e facilitatori. E poi il grande cambiamento nell’organizzazione dei servizi, non più in una logica di appalti ma con un bando aperto di co-progettazione.

Quali sono i progetti futuri a cui state pensando, innescati grazie anche all’esperienza e apprendimenti del progetto?

Come dicevo, sul territorio è nata una coprogettazione per la gestione di tutti i servizi sociali per famiglie con minori, che ci accompagnerà almeno per i prossimi 3 anni. L’ATI che si è aggiudicata la procedura è composta da cooperative sociali da tempo operanti sul tema e coinvolte in #genera_azioni. La coprogettazione può essere considerata un esito del programma Welfare in Azione e un nuovo orizzonte di crescita comune per tutti noi. Inoltre a breve sarà avviato un progetto con l’obiettivo di trasferire quello che abbiamo imparato in #genera_azioni anche ai servizi sociali specialistici più ordinari come il servizio tutela minori.

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