I dazi di Trump e Brescia, un anno dopo: in netto calo l’export bresciano verso gli States. È questo il dato più significativo raccontato con dovizia di dati ed analisi dal quinto numero di BFocus, strumento di Confindustria dedicato ad approfondire le dinamiche economiche globali lette attraverso la prospettiva bresciana. In poche pagine, il report realizzato dal Centro Studi con OpTer dell’Università Cattolica del Sacro Cuore semplifica e riassume le macrotendenze dell’economia globale, ad uso degli imprenditori del Made in Brescia. Il numero è corredato da tre interviste realizzate ad imprenditori bresciani presenti sul mercato americano: Mario Bonomi (General Manager Bonomi Group Plumbing Division e vice presidente Confindustria Brescia), Mario Gnutti (vice presidente Gruppo Gnutti Carlo) e Gianfranco Sala (amministratore unico Sala Srl).
Gli effetti dei dazi su Brescia
Ebbene, gli effetti dei primi 12 mesi di dazi reciproci tra Unione Europea e Stati Uniti cominciano a farsi sentire anche sull’economia della Leonessa. Una prospettiva che era già stata ampiamente prevista, forse in modo più pessimistico di quanto poi si sia effettivamente realizzato. Mentre le esportazioni complessive del territorio sono aumentate del 2,4%, raggiungendo oltre 15 miliardi di euro, quelle verso gli Usa sono infatti calate, e non di poco. Nei due semestri considerati a un anno di distanza (ottobre 2024-marzo 2025 contro ottobre 2025-marzo 2026) l’export della provincia verso gli Stati Uniti è diminuito del 5,9%, passando da un valore di 1,145 miliardi a 1,077 miliardi di euro.
I settori più colpiti
I comparti metalmeccanici, da sempre la spina dorsale della manifattura bresciana, hanno sperimentato nel complesso una riduzione del 4,0%, passando da 937 a 900 milioni di euro verso gli USA. All’interno di questo mondo le flessioni più marcate hanno interessato la metallurgia (-25,5%), i prodotti in metallo (-14,3%) e i mezzi di trasporto (-32,8%). Hanno invece mostrato una significativa capacità di resistenza i macchinari (+1,5%) e soprattutto il comparto dei computer, apparecchi elettronici e ottici (+32,3%). Segnali positivi arrivano inoltre – fuori dalla metalmeccanica – dall’industria alimentare e bevande (+5,8%).

La farmaceutica e la nautica “salvano” l’export italiano, che cresce anche verso gli USA
Il rapporto evidenzia inoltre come la situazione bresciana si inserisca in un quadro nazionale nel quale la crescita dell’export italiano verso gli Stati Uniti (+5,1%) sia stata sostenuta esclusivamente dall’eccezionale performance del comparto farmaceutico e da quello della componentistica navale. Al netto di questi due settori, infatti, anche l’export italiano verso il mercato americano risulterebbe in diminuzione (-7,3%).
Ma il reshoring non c’è
I dazi hanno insomma “funzionato”, nell’ottica di Trump. Ma non hanno al momento avuto effetti tali da creare un vero e proprio “reshoring” ampio e generalizzato, ovvero di un rientro nel Paese d’origine di attività produttive precedentemente delocalizzate all’estero. Con buona pace della retorica trumpiana. Nel frattempo, del resto, l’economia americana continua a crescere, ma presenta fragilità rilevanti, soprattutto inflazione elevata e conti pubblici deboli.
Franceschetti: “Non è un dato allarmante, ma delicato”
“Il mercato statunitense è un punto di riferimento strategico per molte imprese bresciane – commenta Maria Chiara Franceschetti, vice presidente di Confindustria Brescia con delega a Internazionalizzazione ed Ecosistema Imprese – Il dato che emerge è delicato, ma non allarmante: il calo dell’export verso gli USA si inserisce in un contesto in cui le vendite all’estero della nostra provincia continuano a crescere e in cui Brescia si muove in linea con le altre grandi province manifatturiere italiane. La flessione registrata nell’ultimo anno va letta all’interno di un contesto internazionale diventato più complesso rispetto a un anno fa, e i numeri confermano che le misure protezionistiche stanno producendo effetti sugli scambi commerciali. Brescia non è immune a queste dinamiche, ma le nostre imprese continuano a dimostrare una forte capacità competitiva, confermandosi tra le realtà manifatturiere più solide e competitive del Paese. In tale contesto, alcuni comparti stanno attraversando una fase più complessa, mentre altri continuano a crescere e a cogliere nuove opportunità: è la conferma di un tessuto industriale che sa adattarsi ai cambiamenti e che, anche in uno scenario globale sempre più incerto, mantiene una solida vocazione internazionale. Il nostro compito è continuare a sostenere le imprese nei percorsi di crescita verso l’estero, favorendo l’accesso a nuovi mercati e rafforzando la loro capacità di competere attraverso qualità, innovazione, competenze e relazioni di lungo periodo”.
La retorica trumpiana e la realtà
“A un anno dall’introduzione dei dazi reciproci voluti dall’amministrazione Trump, l’economia degli Stati Uniti continua a crescere, ma presenta elementi di fragilità e il reshoring resta un obiettivo più difficile di quanto suggerisca la retorica protezionistica – aggiunge Daniela Bragoli, professoressa associata di Economia politica e membro del comitato scientifico di OpTer, Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Brescia – Produrre nel Paese richiede investimenti elevati, filiere affidabili e, soprattutto, manodopera tecnica qualificata. Questo rappresenta un ostacolo anche per le imprese italiane che intendono aprire uno stabilimento negli Stati Uniti. Qui le aziende incontrano difficoltà sia nel reperire tecnici e operai specializzati, sia nel trattenerli, anche per la minore attrattività del lavoro manifatturiero tra le nuove generazioni e per l’elevata mobilità che caratterizza il mercato del lavoro americano. Le pressioni inflazionistiche e l’elevato disavanzo pubblico rendono il quadro ancora più incerto. Inoltre, la dipendenza da componenti e materie prime importate fa sì che i dazi possano aumentare anche i costi della produzione domestica”.