Scalvini, reduce della Seconda guerra mondiale

Scalvini, reduce della Seconda guerra mondiale
28 Luglio 2016 ore 09:30

«Non ho mai perso il sorriso, neanche quando ero prigioniero». Le poche e strazianti parole di un reduce di guerra. Assegnato alla Divisione Acqui il 13 gennaio 1943, durante l’eccidio dell’8 settembre, Angelo Scalvini aveva vent’anni. Era un giovane con una vita davanti quando l’espansione nazionale nella penisola balcanica voluta da Benito Mussolini per il controllo del Mediterraneo, si arrestò con la firma dell’armistizio da parte del generale Badoglio. Da quel momento, la vita dei soldati italiani cambiò completamente, la convivenza tra italiani e tedeschi non aveva più ragione d’essere e le certezze diventarono timori. All’ultimatum tedesco che impose la consegna delle armi nella piazza centrale di Argostoli, ci fu invece la controffensiva italiana. Fu alle ore 12 di quell’8 settembre che cominciò l’inferno di Cefalonia, come lo racconta Angelo Scalvini nel diario “Prigioniero di guerra”.

La battaglia si protrasse aspra e sanguinosa fino al 22 settembre sotto i bombardamenti tedeschi che ne decimarono la divisione. I soldati italiani che in precedenza erano stati catturati e fatti prigionieri, vennero fucilati per ordine dello stesso Hitler ma i rastrellamenti e le fucilazioni andarono avanti per tutto il giorno. Scalvini trascorse la notte dopo l’eccidio di Cefalonia nascosto su un albero fino al salvataggio su una scialuppa. Scampato all’eccidio sull’isola, finì in uno dei campi di concentramento in Polonia. Dal campo di concentramento Angelo raggiunse Calcinato solo il 10 settembre del 1945, stremato nel fisico e con l’animo distrutto dai fantasmi della guerra.

Marika Marenghi 


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