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Quando Vighizzolo era terra di frutti e non discariche

Quando Vighizzolo era terra di frutti e non discariche
Cultura 06 Dicembre 2016 ore 15:22

Faustino Festa e Silene Maccabiani sono una bella e solida coppia di ex contadini monteclarensi, unici perché carichi di forza vitale e amore per ciò che hanno vissuto tra campi e cascine. Sposati dal ’59 e residenti da tempo nella frazione San Bernardino, sono sempre stati agricoltori e sono entrambi nati in ambienti contadini: Faustino, classe 1932, è nativo di Chiari si è trasferito con la famiglia d’origine (papà, mamma e sette fratelli) a Vighizzolo, mentre Silene, classe 1935, è nata a Ro-San Bernardino da una famiglia di contadini che di «scotöm» erano noti come i «Gacc».

A Vighizzolo, la famiglia di Faustino era affittuaria alla cascina detta «Casa Longa». Era la terra della brughiera, di scarsa qualità perché molto sassosa, con solo 30 centimetri di fertilità e, a differenza di oggi, priva di irrigazione: «L’unica grazia era l’acqua del cielo. - dice Faustino - Erano 400 piò di terra. Attorno, non si vedeva niente altro che campagna. Aravamo con l’aratro a un solo versoio ed erpicavamo con quattro buoi, e dopo la guerra anche con un cavallo. Si coltivava frumento e trifoglio rosso, la cui semenza veniva venduta per l’esportazione verso la Francia. Il poco fieno che si riusciva a ottenere nei soli due sfalci di erba su quella terra non irrigabile veniva somministrato alla sola mucca che si teneva per mungerne il latte per il consumo famigliare.

Vicino alla cascina c’era un vigneto di due piò di uva nera e uva bianca che venivano mischiate e schiacciate coi piedi in attesa del torchiatura. Il trifoglio rosso, dopo la guerra sostituito con erba medica per fare fieno da somministrare ai vitelli, si tagliava con la falciatrice, si faceva seccare e infine si trebbiava direttamente in campo. Polenta anche a merenda, quando le mamme la facevano abbrustolire e la davano ai bimbi insieme alle «grépole», i ciccioli. «Era sempre lo stesso cibo. -  ammette Silene e continua - Lo zucchero dovevamo rubarlo al nonno perché lo teneva gelosamente nella cassa. Il caffè d’orzo lo cucinavamo solo quando qualcuno stava male. In primavera si portava, avvolta nei canovacci, la colazione nei campi con la polenta abbrustolita». Dopo la scuola, anche i ragazzi andavano in campagna ad aiutare nei vari lavori stagionali. 

Tempi di cui se non si rimpiangono le fatiche e i rigori si rimpiange invece la salubrità dell’acqua e dell’aria, beni ormai divenuti rari. Racconti che paiono fiabe e che invece appartengono a solo un paio di generazioni fa. E che invitano a riflettere sull’indubbio benessere a cui ha portato l’industrializzazione, ma anche sulle ripercussioni apportate all’ambiente, il bene più prezioso che possediamo.

In edicola fino a giovedì tutta la storia di Faustino e Silene


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