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MONTICHIARI SFIDA BRESCIA NELLA CULTURA

MONTICHIARI SFIDA BRESCIA NELLA CULTURA
Cultura 16 Gennaio 2017 ore 16:43

Una città che vanta pittori e scrittori famosi nel mondo, ma non solo, Montichiari è detentrice di un patrimonio artistico che fa invidia a molte altre città della provincia italiana. Basti pensare che è seconda nella Provincia solo alla città capoluogo, Brescia. Il suo grande valore storico e culturale, lo si deve allo sforzo compiuto in questi ultimi anni dalle Amministrazioni culturali che si sono succeduta, ma soprattutto a concittadini generosi, che hanno fatto delle loro collezioni private donazioni per la città. Da queste donazioni alla nascita di un sistema museale strutturato di tempo ne è passato e alla sua guida sin dall'inizio si è posto Paolo Boifava,ad oggi direttore di Montichiari Musei. 

Come e quando è partita questa avventura?

«Lavoro per il Comune dal 2009. Quell'anno la città ricevette una donazione molto importante dalla famiglia Pasinetti, ovvero dalla professoressa Laura Pasinetti, un'astrofisica dell'università di Milano che ad un certo punto della sua vita decise di donare al Comune di Montichiari, tutti i dipinti di suo nonno Antonio Pasinetti, monteclarense di nascita ma milanese di adozione, il quale fu un ottimo pittore del periodo della Scapigliatura tra la fine dell'800 e la prima metà del 900. Laura Pasinetti, purtroppo morì e fu allora che il Comune mi chiese di allestire una Pinacoteca dedicata a Antonio e Laura Pasinetti e per altro il Comune scoprì dopo la morte della professoressa di essere diventato l'unico erede universale della famiglia, tale che ricevette una dote economica importante, soldi che servirono ad allestire il museo, fare il catalogo e che ancora oggi vengono utilizzati per mantenere viva la Pinacoteca. Si tratta di un Museo che vive sulle sue gambe. Sempre dopo la morte della professoressa, venni a scoprire che lei, nel suo testamento, aveva chiesto che io entrassi a far parte della Commissione che porta il suo nome e che ha il compito, insieme a Comune di gestire l'intero patrimonio. Fu così che l'Amministrazione decise di nominarmi direttore della Pinacoteca. Ma non è stata la sola donazione ricevuta dalla città. Infatti nel 2005 il Comune aveva ricevuto la donazione Lechi. Il notaio monteclarense decise di donare al Comune la sua straordinaria collezione, con il vincolo di usufrutto, ovvero che fino a quando lui fosse restato in vita, le opere sarebbero rimaste a casa sua. Morì nel 2010. Da questo momento è iniziato il grande lavoro di catalogazione e trasferimento delle opere con tutta la burocrazia del caso. Tra il 2009 e il 2012, cioè quando è stato aperto il Museo Lechi, il mio lavoro si è concentrato sulla realizzazione di questa struttura. Si è trattato di un lavoro complesso, ho dovuto seguire anche i progettisti. Perché fare un museo non è facile, ci sono scelte precise che devono essere fatte. A questo è poi seguito il lavoro di allestimento, ordinamento delle opere, realizzazione del catalogo. Questo è stato il secondo museo aperto dopo la Pinacoteca Pasinetti. Il museo del Risorgimento, già esistente, fu riorganizzato grazie anche al valido aiuto di Emanuele Ceruti, e infine il castello. Qui fin da subito stilammo un serio programma di manutenzione e restauro, anno per anno. Infatti da qualche tempo il Comune si è impegnato per portare a conclusione un intervento di restauro all'anno».

Dopo essere diventato direttore della Pinacoteca, ha dato vita al sistema museale che si chiama Montichiari Musei, quale era la situazione che ha trovato e quindi che l'ha portata a stilare un progetto che all'inizio sembrava essere troppo ambizioso per una città di provincia.

«All'epoca la situazione della gestione del patrimonio culturale della città era di fatto un po' frammentato: il castello Bonoris era gestito dalla Pro loco, il museo Bergomi veniva gestito dal centro fiera e il museo del Risorgimento aveva i suoi volontari e poi la Pinacoteca che era gestita dal Comune. Era assurdo che ci fossero quattro realtà che gestissero quattro cose diverse, quindi ho proposto all'Amministrazione di creare un sistema museale che potesse raccogliere sotto un'unica direzione la gestione dei musei affinché fosse più coerente e che ci fosse così la possibilità di creare una progettualità. Così è stato. Negli anni questo aveva creato qualche problema soprattutto al patrimonio. Un esempio la gestione del castello Bonoris per molto tempo in mano alla Pro loco, un' associazione sicuramente indispensabile, ma per questo tipo di struttura era necessario che venisse gestita da persone dotate di competenze anche scientifiche, per far fronte a determinate problematiche che soltanto un tecnico può rilevare e quindi risolvere. Si tratta di problematiche conservative che necessitano di personale preparato e competente che non possono essere gestite da “dilettanti allo sbaraglio”. Quindi bene le Pro loco ma che facciano altro. Il mio percorso di studi e le mie esperienze hanno fatto in modo che acquisissi le competenze che oggi servono a ricoprire il ruolo che mi è stato affidato. Ricordo che l'obiettivo di un museo non è soltanto quello di valorizzare l'arte al suo interno, realizzando eventi, ma molto del suo lavoro sta nella conservazione, un dietro le quinte che le persone non possono vedere».

L'importanza dei musei per una comunità.

«Lo scopo dei musei è la conservazione prima di tutto. I musei nascono per conservare il patrimonio altrimenti se non ci fossero, questo patrimonio andrebbe perso. Quindi da sempre sono nati per evitare che questo accada. Un museo ha un valore duplice da una parte la valorizzazione attraverso la creazione di eventi e tutto ciò che può essere utile per far conoscere ed educare al patrimonio, dall'altra è fondamentale la conservazione e quindi una programmazione di restauri e interventi che permettono la maggiore fruibilità di questo patrimonio. Interventi che permettono a chi verrà dopo di noi di poter godere di questo patrimonio in uno stato di conservazione adeguato. Per quanto ci riguarda, il grande malato del sistema Museale monteclarense è il castello perché ha continuo bisogno di manutenzione».

Montichiari gode di un patrimonio artistico che fa invidia.

«Si tratta di una situazione davvero eccezionale, se consideriamo che in pochi anni la città ha ricevuto ben due importanti donazioni che ne hanno cambiato fortemente il profilo artistico. Non so quanti altri Comuni in Italia siano stati protagonisti di tale situazione. Anche il Museo Bergomi nasce da una donazione, la collezione racchiusa in questo museo è forse la più importante della Lombardia. Tre donazioni: Bergomi, Lechi e Pasinetti che hanno dato vita a tre musei belli e importanti che a loro volta hanno permesso di costruire una rete culturale museale che oggi include anche la Pieve di San Pancrazio. Montichiari è una capitale culturale, escludendo ovviamente Brescia, ma in provincia dopo la città capoluogo c'è Montichiari e questo è universalmente riconosciuto».

Il caso della Pinacoteca è sicuramente un'eccezione, un Museo richiede molte risorse economiche, come una comunità, in questo momento di crisi economica, percepisce la presenza e quindi l'importanza di un museo?

«Oggi come oggi viviamo in un mondo dove tutti pensano che i musei debbano sostenersi da soli. C'è questa idea che la cultura debba produrre soldi, questo è un concetto contemporaneo, che prima non c'era e che secondo me non dovrebbe esserci, perché la cultura è quel qualcosa che permette di distinguerci. La tradizione, l'arte è presente in tutte le culture, etnie del mondo, ma in occidente esiste un' attenzione alla conservazione della memoria, ad esempio attraverso i musei. Molte volte mi sento dire che questi musei sono tanti, costano tanto, io rispondo sempre che nemmeno il Louvre di Parigi si paga le spese con la biglietteria, non ce la si fa perché, musei come quello parigino hanno tantissimi dipendenti e quindi tantissime spese ed è utopico pensare che con gli incassi della biglietteria si riescano a pagare le spese di un museo, non esiste. Molti tra i cittadini ragionano con la pancia e fanno il conto della serva rispetto ai costi per mantenere l'intero sistema museale, però da noi ad esempio il personale, che è la voce più consistente del bilancio non si limita al semplice impiego, ma svolge attività educative con le scuole e già questo basterebbe a ripagare i conti. Nei nostri musei arrivano ogni anno circa 2500 bambini. Questi bambini vengono educati attraverso il valore di queste opere conservate e i laboratori didattici e le visite guidate. Inoltre il personale si occupa anche della gestione del teatro. Questi ragazzi fanno le maschere, poi si occupano della biblioteca e in tutti gli eventi culturali organizzati dal Comune».

Promuovere la cultura sul territorio questo è l'obiettivo condiviso con il sistema museale nato sul lago di Garda, ritiene che questa collaborazione, nata da poco possa portare buoni risultati?

«Il Comune di Montichiari da solo non può farcela, perché nonostante non manchi il materiale per fare cultura non è sufficiente per incrementare il turismo. Devo dire la verità, in questi anni è stato difficile trovare una collaborazione con Brescia. La città tende a vedersi come unica protagonista, quindi tende più che ad includere ad escludere chi cerca di lavorare con lei. Un argomento che l'assessore alla Cultura Basilio Rodella conosce bene. Occorre che tutta la provincia faccia gruppo per creare un’ alternativa perché da soli non si va da nessuna parte. Questo pensiero ha portato Montichiari ad entrare nel sistema museale di Garda Musei sotto la direzione di Giordano Bruno Guerri. Un'opportunità a cui credo moltissimo e crediamo tutti , è una cosa che è stata fortemente voluta dall'Amministrazione comunale e io credo che sia stata un' ottima idea ed un ottimo investimento di energie per il futuro della cultura . Il lago di Garda è un veicolo straordinario per il turismo, forse più della città e quindi ben venga chi ha avuto questa idea che è agli esordi, ci sono tanti progetti. Di sicuro so che si sta lavorando ad una fiera del turismo tutta dedicata al Garda, che sarà allestita al centro fiera. Questo accadrà a settembre del 2017».

Con questi presupposti la città di Brescia mostrerà sempre la sua chiusura o sarà obbligata a considerare finalmente una collaborazione con i due sistemi museali?

«Certo che sarà obbligata. Poi dipende dalle persone, e da chi ne sarà alla direzione, se si tratta di qualcuno che crede veramente e non a parole, come succede spesso, allora le cose si fanno. Di parole io ne ho sentite tante, ma di telefonate io non ne ho mai ricevute. Questo collaborazione sta crescendo e sta convogliando al suo interno diverse energie e non bisogna certo fare gli snob. Se Gardaland porta sul lago milioni di turisti ben venga per tutti una collaborazione, perché dover fare una selezione, ma soprattutto in virtù di cosa? L'importante è far conoscere il nostro territorio. Questo ad esempio non accade con gli albergatori, che non hanno alcun interesse a promuovere ciò che è presente sul territorio. Non hanno ancora capito che dare informazioni precise e puntuali su quello che un turista può visitare è un servizio in più che spesso può fare la differenza, alla maggior parte non frega nulla. Sono sicuro che le cose andranno bene. Ci vorrà tempo, del resto siamo in Italia. Le persone tendono a non dare importanza al piccolo museo. Io mi baso sulla mia città: quanti sono i monteclarensi che non conoscono i musei di Montichairi? Un'infinità. Questo è tipico di chi vive nella città dove sono presenti questi musei, rimandano perché vanno a vedere le cose lontane e non vedono quelle sotto casa perché inconsciamente le sminuiscono» .

Progetti sinergici con Garda e riguardo al resto del territorio, come vi state muovendo?

«Noi puntiamo molto a Brescia. Con il museo Lechi stiamo lavorando in questa direzione con mostre accattivanti per la città perché il bacino di utenti è più ampio esiste una abitudine a visitare i musei. Lo scorso anno abbiamo organizzato una mostra dedicata a Luigi Basiletti, bresciano pittore neoclassico, di cui in città se ne sono praticamente dimenticati e noi, invece lo abbiamo valorizzato. E abbiamo avuto una grande affluenza. Inoltre ci muoviamo considerando anche Cremona e Mantova. Si tratta di visitatori “mordi e fuggi” e il vero riscontro lo riceviamo dai ristoratori che ci fanno un po' da termometro. Le cose stanno funzionando, ma siamo giovani e ci vogliono davvero decenni per ottenere una risposta significativa. Quello che conta adesso è il fatto che esiste una progettualità che trae la sua impronta da un sistema museale da grande città e che fa trasparire sul territorio competenza e obiettivi».

Progetti per 2017?

«Le poche risorse che abbiamo a disposizione ho scelto di destinarle a soli due eventi l'anno, ma eventi che siano significativi e straordinari. Concentrare tutto in primavera con una seconda puntata dedicata al pittore Basiletti con un'attenzione dedicata alle opere che ritraggono i paesaggi, e a settembre invece vorremmo dare il via a un anno dedicato alla fotografia. Una sorta di festival della fotografia da quella antica a quella contemporanea. Non ci sono ancora nomi quindi aspettiamo».

di Tania D'AUSILIO


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