Il partigiano Amilcare raccontato dalla sorella

Il partigiano Amilcare raccontato dalla sorella
22 Luglio 2016 ore 09:21

Carpenedolo e la Resistenza. Un legame forte che troppe volte è stato messo in secondo piano ed è un peccato, perché anche da questa cittadina della bassa bresciana è passata la storia. Durante la fine della Seconda guerra mondiale, per esempio, si rifugiava a Carpenedolo Lino Pavesi, membro del comitato di Liberazione Nazionale. Un mantovano che aveva dei parenti in paese. È stato individuato e stava per essere arrestato in via IV Novembre (nella zona del vecchio campo sportivo), ma un ragazzo, figlio di un mugnaio, era intervenuto in suo soccorso e il partigiano era riuscito a scappare. In via IV Novembre, tra l’altro, c’era Angelo Zaniboni (assessore di una delle prime giunte dopo la guerra), membro del Cln che gestiva un deposito clandestino del quotidiano «L’Unità». Al di là di questi avvenimenti storici che testimoniano il rapporto di Carpenedolo con questa pagina di storia, vale la pena ricordare Amilcare Baronchelli, storico partigiano della cittadina. Nato nel febbraio del 1922, aveva frequentato il Liceo classico di Castiglione delle Stiviere e in seguito la facoltà di giurisprudenza a Milano.

La sorella Giacomina racconta che «quando è finita la guerra avevo 12 anni e nonostante la giovane età ho vissuto la tragedia della mia famiglia dopo la morte di Amilcare». Ma torniamo qualche anno indietro: «Nell’armistizio del 1943 si trovava a Foggia e fece ritorno a casa con mezzi di fortuna. Rimase a Carpenedolo per un mese e dopo si arruolò nell’esercitò repubblicano di Salò». Una decisione, quella di Amilcare, dettata dal sacrificio che strideva con i suoi ideali. In realtà è stata una scelta finalizzata a infiltrarsi tra le fila nemiche. Dalla Liguria, zona in cui venne mandato dallo zio Girolamo, teneva i contatti con la Brigata Garibaldi e inviava armi ai partigiani. Ma tra una soffiata e l’altra venne scoperto e si recò in Val Sabbia dove si unì alla Brigata Matteotti. In quel momento troncò i rapporti con noi, anche se in segreto aveva incontrato la mamma a Vallio. Erano mesi difficili e ricordo che avevamo in casa, ogni giorno, una guardia armata con tanto di fucile che ci controllava a vista». Ma il peggio doveva arrivare: «La settima Brigata Matteotti, guidata da Baronchelli, era stata scoperta dopo che qualcuno aveva fatto la spia. Dieci di loro, tra i quali Amilcare, vennero scoperti. Li hanno torturati per una notte intera e nel paese, continua Giacomina, abbiamo parlato in seguito con gli abitanti i quali hanno detto di non aver potuto dormire a causa delle urla che giungevano dalla Caserma. La mattina seguente i fascisti decisero di fucilarli a Cesane, frazione di Provaglio Val Sabbia. Un testimone ha riferito che proprio Amilcare, che era il punto di riferimento del gruppo, prima di morire urlò: “Abbracciamoci tutti e che i nostri baci volino sulle labbra dei nostri genitori, viva l’Italia”».

Una frase d’amore, di fratellanza e di speranza. Una sorta di testamento che forse a Carpenedolo è stato accantonato con troppa fretta e superficialità. Sta di fatto che in quel frangente Amilcare non morì all’istante e un fascista per assicurarsi di averlo ucciso gli sparò un colpo in faccia. Curiosa la lettera del cappellano militare della Brigata del Comando di Idro destinata alla madre di Amilcare, Lucia Ravera dopo la morte: «Era quasi contento di andare alla morte e ha sostenuto e confortato i suoi compagni con frasi allegre fino alla fine». Una lettera che ha lasciato l’amaro in bocca alla famiglia, ma al di là di questa missiva da contestualizzare all’epoca di guerra, la sorella Giacomina ha raccontato una storia che appartiene a Carpenedolo. Giacomina ha parlato di suo fratello con passione, aveva gli occhi lucidi quando ha citato la frase pronunciata da Amilcare. Aveva solo 23 anni Amilcare Barochelli, un’età dove ancora non si è uomini, e quindi vale la pena mettere in luce anche altre sfumature della sua vita. Un ragazzo solare e sempre disposto ad aiutare gli altri. È questo il ricordo personale della sorella Giacomina: «Amilcare aveva il dono di essere amico di tutti, sempre disponibile per gli altri».

Valerio Morabito 


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