Fino a Machero per incontrare il compagno

Fino a Machero per incontrare il compagno
18 Luglio 2016 ore 06:50

Seguire le tracce della Storia non è facile, soprattutto se i protagonisti degli avvenimenti che si vogliono ricostruire sono ormai pochissimi e la loro età non concede certezze. Eppure pretendere risposte è bisogno profondo dell’uomo e per questo il monteclarense Pietro Valotti, accompagnato da Armando Cogno, Consigliere Sezionale Brescia, è partito da Montichiari verso Marcheno, in Val Trompia, per incontrare uno degli ultimi reduci della 54ª Divisione Alpina Tridentina: Giacomo Vivenzi di anni 103. La 54esima faceva parte del «Battaglione Vestone», che scrisse la sua pagina più eroica durante la Campagna di Russia allorquando Hitler, il 22 giugno del 1941, decise di attaccare l’Unione Sovietica per eliminare un potenziale alleato della Gran Bretagna e conquistare i territori dell’Ucraina ricchi di risorse alimentari. In questo quadro l’Italia fascista decise di fare la sua, supportando i tedeschi con una vera e propria armata, l’Armata Italiana in Russia (prima CSIR e poi ARMIR) e dando vita ad una guerra che si concluse tragicamente con la drammatica ritirata del gennaio 1943.

Molte famiglie italiane furono toccate da questi eventi, tantissimi soldati caddero sul fronte russo o risultano ancora oggi dispersi. Fra queste c’è la famiglia di Pietro Valotti, il cui zio Pietro Edalini, anche lui alpino della 54esima, risulta ancora oggi disperso in Russia e del quale dopo la battaglia di Postojali in località Opit non si sono più avute notizie. Le speranze del Valotti di trovare tracce del congiunto però s’infrangono all’arrivo in Val Trompia, non tanto per una questione di memoria (Giacomo Vivenzi è ancora lucidissimo) ma per vicende umane che hanno preso strade diverse. «Forse potrei aver incrociato Pietro Edalini» racconta il reduce centenario «sinceramente non ricordo ma comunque non in Russia perché io, fortunatamente, non partecipai a quella campagna. Sono stato richiamato nel gennaio del 1942 ma, avendo già tre fratelli in guerra venni rimandato a casa. L’agevolazione mi fu revocata il Primo marzo del ’43 e fu spostato sul confine del Brennero dove, dopo l’8 settembre, sono stato fatto prigioniero dei Tedeschi. È iniziato allora il mio calvario: 27 mesi di prigionia tra Germania, Polonia e Russia Bianca da dove sono tornato solo a settembre del 1945.» Nonostante il mancato risultato, il Valotti non è ripartito deluso: ha avuto modo lo stesso di toccare con mano la Storia che anche quando non è della propria famiglia appartiene comunque a ogni uomo.

Marzia Borzi 


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