Castiglione, le opere d’arte nel cimitero

Castiglione, le opere d’arte nel cimitero
14 Agosto 2016 ore 11:23

Una semplice visita guidata nel cimitero di Castiglione delle Stiviere è un modo interessante per riscoprire la storia della città e per incontrare numerose opere di artisti di fama internazionale che, spesso all’insaputa dei più, sono presenti nella struttura. Sono molte, inoltre, le opere di artisti minori, degne di nota per quanto hanno da raccontare, ma di queste è giusto lasciare il gusto della scoperta. Il Sepolcro Boschi è senza dubbio l’opera più importante presente nel cimitero di Castiglione, l’imponente marmo funerario di Adolfo Wildt, scultore di fama internazionale (una sua personale è in corso a Forlì), nato a Milano nel 1868, la cui opera “Sepolcro Boschi” è fra io suoi pezzi più famosi, citata in cataloghi e nella Treccani. Si trova sotto vetro ed è un’opera imponente, coinvolgente, che cattura lo sguardo e non lascia andar via. Fra pochi mesi si interverrà sul monumento per restaurarlo e renderlo più fruibile. L’artista più presente è lo scultore Giuseppe Brigoni, maestro del marmo e non solo, una vera icona del territorio.

Sua la famosa “Portatrice d’acqua” nel Museo Internazionale della Croce Rossa, ma sue sono anche tante sculture che si trovano nelle cappelle e nelle tombe di molte famiglie storiche di Castiglione. Su tutte il busto mozzato del Cristo morto sulla sua tomba di famiglia, ma anche il ragazzo con il ramo d’ulivo in mano, a cui si aggiunga la bella interpretazione della Pietà, con il Cristo morto e le donne accanto. Molti i bassorilievi, ma su tutti spicca quello in marmo bianco, con due bambini che pregano. Sulla tomba di famiglia di Mario Calzoni, decano degli artisti castiglionesi, tipografo ed editore, spicca una bellissima scultura di Ermanno Pittigliani, che lavorò con Pio Semeghini, artista fra i più autorevoli della stagione del chiarismo mantovano. Altro decano dell’arte Castiglione è Aldo Rossi, che perr la tomba dei suoi genitori ha realizzato un bronzo di due figure che si separano nei corpi e si incontrano nella testa: un’opera davvero potente. Non poteva mancare Franco Ferlenga, castiglionese, nato nel 1916, pittore, scultore e architetto, forse uno degli artisti più famosi del 900 castiglionese.

Il grande affresco del 1951 è un Ferlenga ancora non troppo riconoscibile, che richiama la stagione del Boccioni, ma anche la sua formazione accademica, ma che già lascia trasparire la stoffa del grande artista. Il cavallo si muove in uno spazio stretto eppure non sembra affatto schiavo o prigioniero. I colori sono chiari, la tecnica utilizzata richiama il pastello, non sembra un affresco, ma un murales. Anche in questo caso un cancello di ferro ne impedisce la corretta fruizione, ma da lontano, senza grande fatica, lo si può vedere ed è un’opera meravigliosa.

Luca Cremonesi 


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