Bedizzole, una casa che sa di storia

Bedizzole, una casa che sa di storia
15 Luglio 2016 ore 18:05

Esistono luoghi in cui se si respira a pieni polmoni si può sentire la memoria di un’epoca. Entrare nella casa di Giovanni Franceschini è come essere assaliti da un’ondata di epoche, luoghi e storie diverse, che al primo impatto ti lasciano spaesato. Nessuno a Bedizzole può non aver visto almeno una volta la casa di via Valpiana, che con le sue statue di bersaglieri attira come un magnete lo sguardo dei passanti. Il grande fienile, rivestito di paia di sci, custodisce una grandissima collezione dagli oggetti più disparati: da utensili tradizionali bresciani che ricordano un passato contadino, fino a cellulari e mini juke-box. Gianni, 86 anni con un passato da operaio alla OMS di Brescia, possiede una collezione che conta precisamente 92.766 pezzi. Le collezioni composte lungo gli anni sono innumerevoli: trappole per animali, macchinine, strumenti musicali, accendini, proiettori, cappelli militari e molte altre. Anche la visita guidata che il padrone di casa fa per i suoi ospiti ha il sapore di una lezione al museo: per ogni pezzo date, circostanze e persone sono impresse precisamente nella memoria del loro proprietario.

Qual’è la collezione di cui vai più orgoglioso?

La collezione dei timbri militari tedeschi del ’43. Ci ho messo 39 anni a collezionarli tutti e 35.

Il pezzo che ti sta più a cuore invece?

Un orologio dei Gambara, tutto in legno, perfino gli ingranaggi, e il primo tipo di cambio che hanno inventato, che aveva solo marcia avanti e indietro.

Come è nata questa passione?

La mia famiglia lavorava in campagna, quindi non c’era molto tempo per fare altro. Quando ci sono rimasti pochi terreni e sono andato a lavorare in fabbrica invece le cose sono cambiate. Facevo l’incisore per una grossa multinazionale americana, quindi con i turni ho avuto più tempo libero e così ho cominciato ad appassionarmi al collezionismo.

Sei anche un’artista, dipingi e scolpisci, in particolare su legno. Come mai questa scelta?

Non bisogna mai vantarsi, ma tutti i miei amici mi chiedono perché non faccio una mostra. Io credo che per farla bisogna non essere più dei principianti, perché poi la gente non torna più a vedere i tuoi quadri se non gli sono piaciuti la prima volta. Allora io, che non ho cominciato da molto, non sono ancora al livello, quindi preferisco aspettare. Per me il legno è la cosa più bella che esista. In particolare quello che preferisco per i miei quadri è il cirmolo, che è l’ultima pianta che cresce in montagna. Quello è il legno migliore da scolpire perché si taglia con un bisturi, come se fosse castagnaccio.

Adesso che a 86 anni possiede questa grandissima collezione, sente di aver raggiunto un traguardo?

Io qualche anno fa avevo fatto una proposta al Comune. Se mi avessero garantito un capannone in cemento armato, io avrei donato tutta la mia collezione per farci un museo. Ma mi hanno detto che non ci sono i soldi al momento. Anche se nessuno portasse avanti la mia collezione, vorrei che quando non ci sarò più le mie collezioni rimanessero unite.

C’è stato un momento particolare in cui ha sentito che la gente faceva fatica a comprendere questa sua passione?

Ho avuto tante soddisfazioni, ma anche dispiaceri. La gente che mi dice che sono tutte cose da buttare in discarica io la metto sotto i piedi, non hanno cultura! C’era un mio amico ingegnere di Milano, che era venuto a trovarmi con un suo collega che collezionava macchine fotografiche. Lui mi aveva fatto i complimenti, perché aveva detto: «Questa è proprio la vita di una persona». L’altro invece diceva che era tutta roba da portare in discarica. Dentro di me ho pensato: «Ah, tu di cultura proprio non ne hai».

Perché è così importante tenere questi oggetti in vita?

È una bella cosa perché ti da quasi l’importanza di essere qualcuno. Perché quello che ho io, non ce l’ha nessun altro. collezionistaGiovanni Franceschini mentre è all’opera, nelle foto in alto tutti gli oggetti raccolti in una vita e custoditi come tesori. 

Lia Cocca


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