A Chiari 1999

Un caso irrisolto: dopo 21 anni finisce alla sbarra per omicidio

Dalla prima autopsia emerse che la vittima morì per meningite ma si scoprì che in realtà era un trauma cranico

Un caso irrisolto: dopo 21 anni finisce alla sbarra per omicidio
Bassa, 28 Giugno 2020 ore 13:48

Si dovrà presenta alla sbarra il prossimo 29 settembre Lulzim Rubjeka per la morte di Muca Bajram

Un caso irrisolto: dopo 21 anni finisce alla sbarra per omicidio

Sembra la trama di un episodio del noto telefilm statunitense “Cold Case: delitti irrisolti”. Ma, come spesso accade, la realtà supera la fantasia. E se non si trattasse di un caso di omicidio, ci sarebbe da ridere. Perché Lulzim Rubjeka, albanese classe 1979 difeso dall’avvocato Ilenja Mehilli del Foro di Roma, finirà alla sbarra davanti alla Corte d’Assise del Tribunale di Brescia il 29 settembre, esattamente 21 anni dopo la morte del connazionale Muca Bajram, nato nel 1963, che secondo gli inquirenti è stata causata proprio dal 41enne insieme a un altro uomo, un certo «Adi», la cui identità ancora oggi è avvolta nel mistero.

«Cold case» nostrano

Ma perché un “caso irrisolto” all’italiana?

Perché Rubjeka fu ritenuto colpevole di omicidio e altri reati violenti già nel 1999. Il 4 settembre, lui e il complice, secondo gli inquirenti, sequestrarono, picchiarono con calci e pugni e rapinarono (non la vittima perché era sprovvista di soldi) diversi connazionali, che all’epoca dormivano in alcuni tunnel nelle vicinanze di via Vecchia per Brescia e l’ex SS11.

Non a caso il gip di quegli anni, Emilio Quaranta, su richiesta del pubblico ministero Silvio Bonfigli, dispose la misura cautelare in carcere. Il fascicolo per anni non è mai stato chiuso, ma evidentemente venne abbandonato in un cassetto della Procura di Brescia.

Il 41enne venne dichiarato latitante nell’ottobre di quell’anno e fino al 2004, anno di chiusura delle indagini preliminari (in quel periodo l’imputato si trovava in carcere nel suo Paese di origine), non venne fatto nulla. Proprio come nei dieci anni successivi: infatti solo nel 2014 venne emesso il Mandato di arresto europeo. Peccato che Rubjeka era tornato libero già da otto anni, in quanto uscì di prigione nel 2006 (negli anni si è fatto anche una famiglia).

L’albanese venne catturato soltanto nel dicembre del 2016, ma rimase dietro le sbarre molto poco. Infatti, il suo avvocato, dopo aver presentato ricorso al Tribunale del Riesame di Brescia, ottenne all’inizio del 2017 la scarcerazione del suo assistito, che ora si trova libero in Albania.

“Pur a fronte di un delitto così grave, il difetto assoluto di elementi attestanti il perdurante pericolo di recidiva originariamente ritenuto, impediscono che anche a fronte dell’esorbitanza del tempo trascorso dalla commissione del reato possa ritenersi attuale, oltre che necessario, il mantenimento della misura carceraria (emessa nel 1999!, ndr)”, si legge nel dispositivo del Riesame.

La prima autopsia

La vittima morì all’ospedale Civile di Brescia, dopo essere stata portata in un primo momento al Pronto soccorso di Chiari, il 5 settembre: stando alla prima diagnosi a causa di “insufficienza cardiorespiratoria con politrauma per verosimili percosse”.

Il 7 settembre di 21 anni fa la salma venne sottoposta a esame necroscopico al Civile e nel 2002 il professor Francesco De Ferrari e la dottoressa Mariagrazia Birbes, su richiesta del sostituto procuratore, Nicola D’Angelo, depositarono la loro relazione: “La causa della morte di Muca è da identificarsi in un’insufficienza cardiorespiratoria inemendabile in soggetto in stato di coma con meningo-encefalite. Tali lesioni contusive non hanno avuto efficacia neppure concausale nel determinismo del decesso”.
In poche parole, le bastonate non causarono la morte della vittima. Ma il fascicolo non venne mai archiviato.

Solo nel 2017 il sostituto procuratore Caty Bressanelli lo prese in mano e, “viste le enormi difficoltà per l’accusa di un eventuale giudizio dibattimentale”, chiese l’archiviazione. Per le lesioni “è già subentrata la prescrizione”, sottolineò il pm.

La nuova relazione tecnica

A sorpresa il gip Paolo Mainardi, sempre nel 2017, ordinò l’esecuzione delle indagini e il sostituto procuratore incaricò il dottor Dario Raniero, che arrivò (anche attraverso esami istologici e previa visione del materiale biologico del defunto, custodito al Civile) a una conclusione diversa rispetto a quella dei colleghi: “Non si evidenziano elementi suggestivi di una diagnosi della causa di morte alternativa a quella traumatica, come di fatto suffragato dagli esami strumentali effettuati sul paziente”. In soldoni: ma quale meningo-encefalite? Il decesso è stato causato da un trauma cranico!

Il rinvio a giudizio

Alla luce di queste novità, il pm all’inizio di quest’anno ha ottenuto dal gip Tiziana Gueli la fissazione dell’udienza preliminare. L’avvocato Mehilli aveva chiesto sentenza di non luogo a procedere o, in via subordinata, la derubricazione in omicidio preterintenzionale. Ma così non è stato.

Per gli altri capi d’imputazione (lesioni personali e sequestro di persona) è subentrata la prescrizione, mentre per l’omicidio il gup Christian Colombo ha rinviato a giudizio l’albanese davanti alla Corte d’Assise per omicidio in concorso. Ma, nonostante durante l’interrogatorio di garanzia Rubjeka abbia attribuito tutta la colpa al complice del quale aveva fatto nome e cognome, l’identità di “Adi” per la Giustizia resta ancora avvolta nel mistero. Il processo inizierà il 29 settembre, lo stesso mese dei fatti di 21 anni fa.

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