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Silvio e la sua vita da operaio dei giocattoli

Silvio e la sua vita da operaio dei giocattoli
Cronaca 22 Aprile 2017 ore 17:38

Silvio Mille è un altro testimone diretto della vita sociale ed economica a Montichiari nel Novecento, e in particolare del lavoro nello stabilimento di giocattoli in legno Poli, che sorgeva a Borgosotto e che fu attivo tra gli anni Venti e la fine degli anni Cinquanta. Silvio, classe 1938, è nato proprio nella stessa via dello stabilimento, Via Guerzoni, da Antonio Mille (cl. 1905), di professione manovale, e Giulia Pezzaioli (cl. 1906): «Ho lavorato dai Poli fino alla chiusura della fabbrica, dopodiché ho frequentato la scuola edile e ho fatto il muratore per otto anni. Dopo aver vinto un concorso con il Provveditorato agli Studi di Brescia, vi ho lavorato per ben sedici anni, fino alla pensione. Abitando vicino allo stabilimento di giocattoli fu per me una cosa naturale andarci a lavorare: nel ’55 e nel ‘56 vi prestai servizio come manovale durante le vacanze estive dalla scuola e nel ’57-’58 vi lavorai per un anno intero. A quei tempi tutti volevano andare a lavorare da Poli perché era un’azienda ben organizzata, dove si stava bene. All’epoca a Montichiari non c’erano molte possibilità lavorative: la campagna, l’edilizia, la filanda oppure Poli. Per carattere io andavo d’accordo con tutti e capii come lì si stesse davvero bene: a quei tempi vi lavoravano circa trecento operai, che erano come fratelli, come una grande famiglia».

Com’era organizzato il lavoro nello stabilimento? «Al piano superiore si costruivano i porta-abiti in legno, mentre al piano inferiore i giocattoli. Il fratello della proprietaria, Prospero, progettava i prodotti da realizzare. Coi camion arrivavano le assi di tre metri, di legno di faggio per gli appendiabiti e di abete per i giocattoli. Poiché non erano del tutto stagionate, venivano inserite in un forno per 24 ore, finché il legno era secco e pronto da tagliare. A quei tempi era il signor Zanchi ad accudire il forno. A piano terra c’erano delle lame circolari enormi per il taglio; in un altro reparto lo riducevano ulteriormente nei vari pezzi che poi venivano assemblati; venivano quindi verniciati e infine confezionati. In un altro reparto alcuni operai sistemavano i prodotti finiti in grandi casse di legno, in cui venivano spediti in tutta Italia. Tutti i macchinari erano elettrici e vi erano due elettricisti per provvedere ad aggiustare i guasti. C’era un’officina meccanica per sistemare le lame circolari e persino un muratore addetto a riparare i basamenti delle macchine».

Da dove provenivano gli operai? «Era perlopiù gente del paese, delle frazioni o dei paesi confinanti. Chi abitava vicino arrivava a piedi, mentre i più lontani in bicicletta. Si lavorava bene, eravamo tutti assicurati. C’era un’atmosfera buona, simpatica. Come in tutti gli ambienti c’era sempre il maligno o l’invidioso, ma, di litigi, non se ne son mai visti. C’era la mensa e a mezzogiorno e ci si fermava per cantare o contar barzellette. Abitando vicino, io tornavo a casa a mangiare ma poi non vedevo l’ora di fiondarmi in mensa per cantare e stare in compagnia: ‘Quel mazzolin di fiori’, ‘La Valsugana’, ‘È arrivato l’ambasciatore’... Talvolta veniva un mio cugino suonatore di fisarmonica. Si era come una famiglia, ci si conosceva tutti anche perché si era tutta gente del posto. Chi arrivava dalle frazioni si faceva comunque conoscere perché si fermava per la mensa. Era una bella azienda, ben organizzata».

Perché a un certo punto l’azienda fu costretta a chiudere? «Era giunto il periodo della plastica e del metallo e il giocattolo in legno iniziava a declinare. Ricordo che c’era un operaio, che era capo-officina, che faceva spesso presente a Prospero, il disegnatore progettista, che l’azienda doveva convertirsi alla plastica, ma i titolari erano scettici: bisognava cambiare le macchine, formare gli operai e secondo loro sarebbe stato un rischio troppo grosso e oneroso. Ad un certo punto tentarono di convertire la produzione nei calchi di fucile, ma fu un tentativo che non ebbe molto successo: non si avevano macchine adatte a realizzare questi prodotti ed era troppo forte la concorrenza con la vicina Val Trompia, storicamente vocata a questa manifattura. Quando lo stabilimento chiuse, tanti operai andarono a lavorare a Brescia alla OM, alla Tempini, all’Ideal Standard, alla Breda. Dopo la dismissione del tram che andava a Brescia – un errore perché rischiò di tagliar fuori Montichiari dalle linee di comunicazione – c’erano i primi pullman che andavano e venivano dalla città. Alcuni si misero in proprio, tanti altri furono assunti dall’Enel che cominciava a costruire le linee elettriche su lunghe distanze».

Quale fu il rapporto dello stabilimento con la comunità del paese? «Fu sempre un ottimo rapporto. Oltre a dar lavoro ad alcune centinaia di persone, una cosa buona dello stabilimento fu il fatto che riforniva il paese di legna di scarto delle lavorazioni, vendendola a poco prezzo per il riscaldamento delle case, perché la legna acquistata dai contadini era spesso troppo costosa. L’avvento della cucina economica nelle case degli anni Cinquanta fu una vera rivoluzione che, dopo l’invenzione della ghisa e del mattone refrattario, prese il posto dell’antico focolare o dei più piccoli fornelli a carbonella: era una stufa, una grande scatola di lamiere di ferro, composta da una piastra con tre fori di diverse dimensioni, coperti da anelli concentrici, dalla fornace per bruciare legna, da un forno e da una piccola caldaia per l’acqua calda. Una macchina perfetta ad alto rendimento. Ricordo che vi era un addetto, il signor Fogliata, che con un carretto trainato dal cavallo portava la legna di scarto a chi in paese la richiedesse ad un prezzo abbordabile. Fu una bella cosa, utile alla comunità del paese».


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