Da direttore sportivo fu l’artefice della grande scalata del Piacenza dalla Serie C alla Serie A. Il sindaco Andrea Gallina e l’Amministrazione comunale: «Ha sempre portato la brescianità e la sua Rudiano in giro per l’Italia»
Il lutto a Rudiano
Rudiano piange la scomparsa di Gianpietro Marchetti, morto ieri, mercoledì 4 novembre 2026, all’età di 78 anni. Un nome che ha attraversato alcune delle pagine più significative del calcio italiano, prima sul campo, con le maglie di Atalanta e Juventus e cinque presenze nella Nazionale maggiore, poi dietro la scrivania, dove ha saputo costruire una delle realtà più sorprendenti del calcio di provincia degli anni Novanta: il Piacenza protagonista della storica scalata fino alla Serie A. Marchetti viveva proprio a Rudiano, il paese al quale era rimasto profondamente legato e dove saranno celebrati i funerali sabato 7 novembre 2026. La notizia della sua morte ha suscitato cordoglio anche in ambito istituzionale. L’Amministrazione comunale, con il sindaco Andrea Gallina, si è stretta attorno alla famiglia, ricordando il valore umano e il forte senso di appartenenza del concittadino. «Un uomo che ha sempre portato il valore della brescianità e della sua Rudiano in giro per l’Italia», è il messaggio diffuso dal Comune. Un legame con il territorio testimoniato anche dalla sua partecipazione, lo scorso anno, alla tavola rotonda organizzata dall’Amministrazione in occasione della Festa della solidarietà.
Gli anni in campo tra Atalanta e Juventus
La carriera calcistica di Marchetti era iniziata nel settore giovanile dell’Atalanta, società con cui aveva debuttato in prima squadra nella stagione 1966-67. Dopo una parentesi al Lecco, in Serie B, nel 1969 era arrivato il trasferimento alla Juventus, dove aveva trascorso cinque stagioni conquistando due scudetti consecutivi, nel 1971-72 e nel 1972-73. Con la maglia bianconera aveva collezionato 102 presenze e sei reti, partecipando anche alla finale di Coppa dei Campioni del 1973, persa contro l’Ajax a Belgrado. Giocatore duttile, capace di ricoprire diversi ruoli tra difesa e centrocampo, Marchetti aveva vestito anche la maglia della Nazionale maggiore in cinque occasioni tra il 1972 e il 1973. Il debutto era arrivato il 17 giugno 1972 nell’amichevole contro la Romania, disputata a Bucarest e terminata 3-3. Nel 1974 era tornato all’Atalanta, nell’ambito dell’operazione che aveva portato Gaetano Scirea a Torino. A Bergamo era rimasto fino al 1979, diventando uno dei punti di riferimento della squadra e indossando anche la fascia di capitano. Tra i ricordi più significativi di quel periodo c’è la promozione in Serie A del 1977, conquistata attraverso lo spareggio di Genova contro il Cagliari, vinto dai nerazzurri per 2-1. Aveva chiuso la carriera da calciatore al Catanzaro, nella stagione 1979-80.
Il Piacenza dei record e la carriera da dirigente
Appese le scarpe al chiodo, Marchetti aveva intrapreso la carriera dirigenziale alla Triestina, dove aveva lavorato dal 1982 al 1988. Proprio nell’estate di quell’anno era arrivata la chiamata di Leonardo Garilli, presidente del Piacenza, che gli aveva affidato il compito di costruire una squadra capace di competere e crescere nel panorama calcistico nazionale. Una scommessa vinta, destinata a diventare il capitolo più importante della sua esperienza professionale. Con Gigi Cagni in panchina, il Piacenza aveva conquistato nel 1991 la promozione dalla Serie C1 alla Serie B e, due anni più tardi, nel 1993, la prima storica salita in Serie A. Per il debutto nella massima categoria la società aveva scelto una rosa interamente italiana, una precisa filosofia sportiva alla quale Marchetti aveva contribuito in maniera determinante. Dopo la retrocessione del 1994, i biancorossi erano riusciti a riconquistare immediatamente la Serie A, costruendo negli anni successivi una presenza sempre più stabile nel massimo campionato, anche con Walter Novellino alla guida tecnica. Marchetti era rimasto a Piacenza fino al 2001, accompagnando la società in un percorso straordinario: quattro promozioni complessive, di cui una dalla Serie C alla B e tre dalla B alla A, e sei campionati disputati nella massima serie. Un bilancio che racconta il valore del suo lavoro e la capacità di trasformare una squadra di provincia in una protagonista del calcio italiano. Oggi, a distanza di anni da quelle imprese, il suo nome torna a essere ricordato anche nella sua Rudiano, dove aveva scelto di vivere e dove la comunità si prepara a salutarlo.
di Lara Pezzotti