«Mio figlio Klevis è morto da eroe»

«Mio figlio Klevis è morto da eroe»
11 Luglio 2016 ore 08:30

«Devo aspettare mio marito, senza di lui non parlo. Però intanto salite, vi offro un caffè». La fresca gentilezza di Feride, mamma di Klevis Seferaj – il 15enne morto lunedì 27 travolto da un treno a Ponte San Marco – allieta il bollore che attanaglia il primo pomeriggio di martedì. All’ingresso ci aspetta una cugina, vive a Londra e «sorry, I speak only English», dice di parlare solo inglese e ci offre un bicchiere d’acqua. Mentre un’altra cugina svita la moka e prepara le tazzine. «Mio marito è fuori per lavoro, ha lasciato a casa il cellulare – spiega la moglie – se avete pazienza un attimino dovrebbe essere qui a momenti». Parole lente, a ritmo con i movimenti, che la portano a comporre il numero per chiamare la figlia Paola mentre si siede stanca sul divano. Gli occhi azzurri non lo sono più così tanto. «Sto malissimo – spiega – la mia vita adesso è diventata davvero difficile». Via Romanelli è silenziosa. Come se riecheggiasse quello che rimbalza dalle mura dell’appartamento dove vive la famiglia, arrivata nel 1993 da Pukë.

Proprio sui muri è appesa una grande foto di Klevis. Sorride. Dall’alto del suo metro e 88 con il quale voleva proteggere tutti quelli che amava. Cornice dorata per un selfie scattato proprio nella cucina che ora lui osserverà per sempre. Il rumore del furgoncino che parcheggia nel cortile. I passi sulle scale. Le parole in albanese. E lo sguardo duro. Secco. Diretto. Nikoll Seferaj, il papà, è arrivato a casa. Ci guarda senza parlare. Si siede al tavolo, con pacatezza. Chiude le mani davanti a sé, appoggiando i gomiti ed incrociando le dita. «Nostro figlio è morto. La nostra vita è rovinata per sempre, abbiamo perso tutto. Siamo in lutto e siamo sotto shock. Non credo sia il momento di parlare. Perché i quotidiani locali ed i Tg nazionali hanno raccontato molte inesattezze. E siamo arrabbiati per questo. Prima di affermare certe cose era doveroso informarsi bene». Laconico. L’intervista è ad un passo dalla fine ancor prima di iniziare. Arrivano visite. Due signore con un bambino recitano il rito delle condoglianze. Nikoll si alza, bacia sulla guancia il piccolo e stringe le mani. Poi torna a sedersi e gira il cucchiaino. Caffè amaro.

Per leggere integralmente l’articolo di Matteo Oxilia, è sufficiente acquistare in edicola Montichiari Week. 


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