Manuela ricorda le estati a Montichiari

Manuela ricorda le estati a Montichiari
05 Agosto 2016 ore 08:56

C’è un notissimo film americano che racconta di una principessa che trascorre le vacanze a Roma, sfuggendo agli obblighi istituzionionali e assaporando un senso di libertà che nella sua vita reale non ha mai conosciuto. Guardando quel film tutte le donne hanno sognato di trascorrere «vacanze romane» e di vivere romantiche avventure all’ombra della città eterna. Tutte tranne una: Manuela Bellandi. Manuela vive da sempre a Roma ma suo padre Paolo era monteclarense e da bambina le vacanze estive le trascorreva a Montichiari. Un periodo sereno che ricorda con struggente malinconia. «Sono nata a Roma – racconta Manuela – da madre romana e padre monteclarense. Mio padre Paolo Bellandi si era trasferito da Montichiari a Roma per lavoro nel 1950 ed era diventato responsabile del settore pubblico della Cisl. Nella capitale ho sempre avuto la mia vita: mi sono laureata in giurisprudenza alla Sapienza e poi ho lavorato come dirigente in un ente pubblico ma Montichiari ricopre un ruolo fondamentale della mia vita, un angolo di cuore tutto mio. Vi ho trascorso le vacanze più felici della mia vita. Quando finivano le scuole, con i miei genitori partivamo per Montichiari. Allora non era ancora stata costruita l’autostrada del Sole e il viaggio con la mitica Millecento di famiglia era una vera avventura ma per me iniziava un periodo di felicità pura. Mia nonna Elena Bellandi abitava in via Cesare Battisti: la sua casa era accanto a quella del senatore Treccani.

Mi si allargava il cuore nel poter riabbracciare lei e le mie cugine: Lidia e Gabriela. Andavamo in bicicletta alle Piccinelle, ci toglievamo le scarpe, immergevamo i piedi nel ruscello, respiravamo a pieni polmoni l’erba tagliata di fresco: era una sensazione di gioia pura che ancora riassaporo ripensandoci. Per me ragazzina di città, figlia unica, iperprotetta dai miei genitori, erano sensazioni che è impossibile descrivere a parole: i suoni, i profumi della campagna, un paradiso di libertà indimenticabile. Il venerdì mattina il papà mi portava al mercato: restavo incantata davanti alle bancarelle che vendevano di tutto dallo zucchero filato al baccalà fritto. Ancora assopita, percepivo i suoni che provenivano dal mercato del bestiame dove già dalle quattro del mattino arrivavano venditori e animali. Nitriti e muggiti erano musica per le mie orecchie di bambina abituata al frastuono della città. Mio padre mi portava a vedere la compravendita del bestiame: nel foro boario non servivano contratti scritti o pezzi di carta volanti, bastava uno sputo sulla mano, una stretta vigorosa e l’affare era concluso. Venditori e acquirenti si spostavano tutti poi all’Arella, un’osteria in Piazza Treccani che serviva trippa in brodo come prima colazione anche ad agosto. La trippa e il baccalà erano i piatti tipici di quei venerdì e il loro aroma si spandeva forte nell’aria estiva.

Era bello girare il paese con mio padre. I suoi racconti mi affascinavano e facevano sorridere: mi raccontava aneddoti divertenti, ad esempio che in paese c’erano due barbieri di partiti politici opposti e i clienti si dividevano a secondo della simpatia di bandiera ma comunque tutto in modo giocoso. Camminavamo fino a Borgosotto dove sorgeva la casa natìa della nonna che con le sue viuzze antiche, le strade strette all’ombra del castello e i giardini che si aprivano sulla pieve aveva per me un fascino che ancora resta immutato. Dopo la morte di mio padre a Montichiari non sono più tornata ma il ricordo di quegli anni si è fatto ancora più vivido e nessuna vacanza potrà mai uguagliare quei giorni perduti d’infanzia».

Marzia Borzi 


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