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Le ultime parole del partigiano Pietro

Le ultime parole del partigiano Pietro
Cronaca 11 Maggio 2017 ore 15:44

Avrebbe compiuto 95 anni a luglio Pietro Dellaglio, conosciuto da tutti come «Rino», nato a Castiglione delle Stiviere ma residente a Calvisano dal 1946, che per una tragica fatalità è venuto a mancare martedì 25 aprile in seguito ad un drammatico incidente. In una delle sue abituali passeggiate, nel tardo pomeriggio di martedì è rimasto schiacciato da un vecchio cancello che dava sulla sua proprietà.

«Quel cancello fa parte di un depuratore abbandonato dagli inizi del 2000 e lui era sempre rimasto scandalizzato nel vedere quest’opera monca, lo considerava uno spregevole spreco. L’unica consolazione è che se ne sia andato nel suo “recinto”, dopo due giorni immerso nei suoi ricordi. Non nel suo letto come desiderava ma almeno nel suo habitat» ha dichiarato la figlia Ada, che viveva con lui nell’abitazione di via Carpenedolo. Proprio lei aveva guidato con pazienza il flusso dei ricordi del padre in quello che si è rivelato il suo ultimo tuffo nei suoi difficili ma preziosi ricordi.

Lui la guerra l’aveva vissuta davvero, partito per i suoi «giorni di sporca Naia» a 19 anni il 23 gennaio del 1942 come artigliere e non fece ritorno a casa fino all’agosto del 1945, dopo due anni caratterizzati dalla detenzione in un campo di lavoro tedesco. «Non so come faccio ad essere ancora qui dopo tutto quello che ho passato» ripeteva spesso, pensando ai suoi fratelli Luigi, Vincenzo e Bruno che invece non ce l’hanno fatta e a tutti gli amici e compagni conosciuti che sono stati un faro di amicizia e solidarietà in quegli anni bui. Forti amicizie perdurate per oltre 70anni con ritrovi annuali in momenti conviviali di grande festa. Un passato ingombrante quello di Dellaglio che custodiva un vero e proprio archivio storico in casa, con documenti e ricordi scritti di getto su piccoli fogli.

Prima l’esperienza militare in Grecia, nella città di Larissa, dove insieme agli altri commilitoni era stato catturato dai tedeschi all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943 e deportato nel campo di internamento di Lubecca, all’estremo nord della Germania, dove era rimasto fino al primo luglio 1944, per essere poi trasferito a Danischburg per lavorare in una fabbrica dove si producevano granate per cannoni e ali di velivoli per la Doniver. Dopo la guerra, esattamente 50anni dopo il suo ritorno a casa, nel giugno del 1995 insieme al cognato Alessandro Pazienza si era recato proprio qui, un po’ per curiosità, un po’ per rivedere in tempo di pace quel posto che aveva messo così a dura prova la sua vita. Nonostante i patimenti subiti, le violenze, le privazioni e i ritmi massacranti Dellaglio ha sempre custodito gelosamente il suo passato, non perdendo mai occasione per parlarne in famiglia con i figli prima e con i nipoti poi. Lui che non si sentiva un patriota o un miracolato ma un uomo normale con le sue debolezze e la sua forza d’animo.

Per questo amava ripetere sorridendo «mi hanno salvato le sigarette». Lui che nemmeno fumava ma che teneva sempre una scorta di sigarette nel suo piccolo bagaglio, che elargiva per passare le perquisizioni o per ottenere qualche piccolo favore. La sua vittoria più grande non ha coinciso con il 25 aprile ma con il ritorno a casa, nel settembre del 1945 con 25chili in meno e un bagaglio molto più pesante fatto di orrori e dolori ma anche della conoscenza di nuovi mondi e culture. Particolari di cui parlava spesso erano le differenze che aveva potuto notare nei modi di vivere in Grecia e in Grmania, così come aneddoti di vita popolare e particolari coloriti che forse, insieme alle salde e insostituibili amicizie, hanno reso leggermente più sopportabile il trapianto in un mondo terribile, sul fronte del secondo conflitto mondiale.


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