LE DISCARICHE AVVELENANO IL SOGNO DI UNA FAMIGLIA DI CONTADINI

LE DISCARICHE AVVELENANO IL SOGNO DI UNA FAMIGLIA DI CONTADINI
Cronaca 28 Dicembre 2016 ore 10:35

Sposati dal ’59 e residenti da tempo nella frazione San Bernardino, sono sempre stati agricoltori e sono entrambi nati in ambienti contadini: Faustino, classe 1932, è nativo di Chiari e, dopo sette anni trascorsi a Caravaggio (Bg), si è trasferito con la famiglia d’origine (papà, mamma e sette fratelli) a Vighizzolo, mentre Silene, classe 1935, è nata a Ro-San Bernardino da una famiglia di contadini che di «scotöm» erano noti come i «Gacc». A Vighizzolo, la famiglia di Faustino era affittuaria alla cascina detta «Casa Longa», di proprietà dell’avvocato Luigi Grazioli di Brescia, dove vivevano anche cinque famiglie di «cordàcc» (salariati agricoli) che lavoravano alle loro dipendenze. Era la terra della brughiera, di scarsa qualità perché molto sassosa, con solo 30 centimetri di fertilità e, a differenza di oggi, priva di irrigazione: «L’unica grazia era l’acqua del cielo. - dice Faustino - Erano 400 piò di terra. Attorno, non si vedeva niente altro che campagna. Aravamo con l’aratro a un solo versoio ed erpicavamo con quattro buoi, e dopo la guerra anche con un cavallo. Si coltivava frumento e trifoglio rosso, la cui semenza veniva venduta per l’esportazione verso la Francia. Il frumento veniva bene quando pioveva, ma in anni di siccità era difficile che crescesse e si faceva fatica a mietere con la mietilega. In tempo di guerra, il signor Chiesa veniva per il Comune a contare gli ettolitri di grano trebbiato perché lo dovevamo consegnare all’ammasso. Ne tenevamo un sacco o due per noi e lo portavamo a macinare in paese al mulino Ghisi o Maccari.

Avevamo costruito il forno per poter farci il pane perché la quantità assegnata con la tessera non era sufficiente». Il poco fieno che si riusciva a ottenere nei soli due sfalci di erba su quella terra non irrigabile veniva somministrato alla sola mucca che si teneva per mungerne il latte per il consumo famigliare. Vicino alla cascina c’era un vigneto di due piò di uva nera e uva bianca che venivano mischiate e schiacciate coi piedi in attesa del torchiatura. Il trifoglio rosso, dopo la guerra sostituito con erba medica per fare fieno da somministrare ai vitelli, si tagliava con la falciatrice, si faceva seccare e infine si trebbiava direttamente in campo. Faustino ricorda che, finita la guerra, mezza cascina crollò a causa dello scoppio improvviso della polveriera Vulcania, a causa del quale la sua famiglia dovette sfollare per trasferirsi in località Camere, in attesa che venisse sistemata. I soldati che tornavano dalla guerra erano in cerca di lavoro: «C’era molta manodopera. - ricorda - Mio papà non lavorava quasi più nei campi perché doveva dirigere i salariati impegnati nei campi, che abitavano in cascina e a cui per contratto si davano due litri di latte al giorno, 25 quintali di legna grossa o 50 di fascine, il frumento e il granoturco per il proprio consumo. Tenevano tutti un orto e potevano tenere per sé galline e animali da cortile». Da Vighizzolo, Faustino si recava alla scuola elementare di Borgosotto col tram. Quando durante la guerra bombardarono il ponte sul Chiese, si scendeva dove oggi sorge il Centro Fiera per poi proseguire a piedi.

Ed ecco la fine della guerra, il benessere economico e, durante l’adolescenza, l’incontro con Silene che ricorda: «Ci siamo conosciuti al cinema di Montichiari, una domenica. Io ero con mia sorella. Avevamo una bicicletta in due e lei mi lasciò apposta a piedi. Fu così che Faustino mi accompagnò a casa col Gusì, il motorino della Guzzi». Qualche anno dopo il matrimonio e, come era uso un tempo tra le famiglie contadine, Silene andò a vivere con i genitori del marito. «Non era semplice - ammette - Bisognava adattarsi ad usi, caratteri, equilibri di una famiglia diversa dalla propria. Eravamo in nove. Il lunedì era una gran lavorare, era giorno di bucato: ci si alzava alle cinque, si faceva bollire il paiolo e con la cenere si faceva la “lisciva” che aveva funzione sbiancante e infine si andava alla seriola a “resentà” (risciacquare) perché non sempre c’era l’acqua nel fosso. Il sapone si faceva in casa con la soda e il grasso di maiale. C’erano famiglie che facevano bucato solo in primavera perché d’inverno faceva troppo freddo. Erano sgobbate! Ogni mattino si faceva la polenta che si faceva abbrustolire per consumarla ai pasti». A questo punto del racconto, i ricordi di Silene affondano nella sua infanzia, a quando le mucche erano in asciutta e, in mancanza di latte, a colazione si mangiava polenta con un brodo ottenuto con due uova e il pesto di aglio e prezzemolo lavorati nel mortaio. Polenta anche a merenda, quando le mamme la facevano abbrustolire e la davano ai bimbi insieme alle «grépole», i ciccioli.

«Era sempre lo stesso cibo. - ammette Silene e continua - Lo zucchero dovevamo rubarlo al nonno perché lo teneva gelosamente nella cassa. Il caffè d’orzo lo cucinavamo solo quando qualcuno stava male. In primavera si portava, avvolta nei canovacci, la colazione nei campi con la polenta abbrustolita». Dopo la scuola, anche i ragazzi andavano in campagna ad aiutare nei vari lavori stagionali: «In autunno si scarfogliava il granoturco e si facevano i masöi (mazzi di tre o quattro pannocchie) per appenderli sul granaio. D’inverno li si andava a prendere sul granaio e in stalla si sgranava. Ci aiutavamo con gli zoccoli per pestarlo e favorire il distacco dei chicchi dal tutolo. In inverno era tempo di andar a far legna lungo i fossi e noi gnàri facevamo le fascine. Si gelava perché si andava con i sopèi (zoccoli) e i calsècc (calze) fatti in lana dalle mamme. Il papà accendeva il fuoco così ci scaldavamo. Quando c’era la neve e in casa faceva freddo si stava sempre in stalla, anche a mangiare, a lavarsi. In primavera toglievano l’acqua dalle seriole per pulirle.

Si formavano delle pozze d’acqua e lì si pescava del pesce con una rete. D’estate, nelle seriole facevamo i bagni. Era una festa! Quando eravamo nei campi bevevamo sempre l’acqua. La benedicevamo con un detto: “Erba salìna, piàda de pìna, piàda de bés, Sant’Antone ta benedés”. Era bella limpida. Oggi invece l’acqua è tutta inquinata, non si potrebbe bere né farci il bagno» realizza con la malinconia negli occhi. Faustino interviene e ricorda, a proposito dell’acqua: «Alla Casa Longa c’era lo sguàss (stagno) dove il padrone andava a caccia. D’inverno ghiacciava tutto e noi ragazzi andavamo là a sciare e a fare le biöscarìne (scivolate)»

Testimonianze di un mondo perduto, che ci pare assai lontano ma che risale solo a qualche decennio fa. Tempi di cui se non si rimpiangono le fatiche e i rigori si rimpiange invece la salubrità dell’acqua e dell’aria, beni ormai divenuti rari. Racconti che paiono fiabe e che invece appartengono a solo un paio di generazioni fa. E che invitano a riflettere sull’indubbio benessere a cui ha portato l’industrializzazione, ma anche sulle ripercussioni apportate all’ambiente, il bene più prezioso che possediamo.


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