Ha lasciato un segno profondo nella comunità di Verolanuova sia dal punto di vista umano che professionale. Ecco perché alla notizia della scomparsa di Angelo Carlo Bettoncelli, 80 anni, numerose sono state le testimonianze d’affetto e di stima alla famiglia.
Tra i primi professionisti nel calcio
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Originario di Verolanuova, cresciuto in una famiglia di umili origini che lo ha educato con valori sani e pochi grilli per la testa, fin da piccolo ha condiviso con il fratello Renato la passione per il calcio. Quella passione non è stata un fuoco giovanile, ma un vero talento che si è trasformato in un impegno duraturo: tanto che a fine degli anni Sessanta Carlo è stato uno dei primi giocatori di calcio professionisti, perché di mestiere faceva solo quello. Bettoncelli, portiere, ha mosso i sui primi passi calcistici nel Quinzano, per poi trasferirsi a fine degli anni Sessanta in Sicilia giocando prima nel Canicattì (Agrigento) e poi nel Vittoria (Ragusa). Sono stati anni bellissimi per Carlo che è uno dei grandi protagonisti della serie D, un vero portiere «para tutto»: spesso portato in trionfo dai tifosi, al Bar Italia di Canicattì si può vedere ancora una sua gigantografia, e poco amato dalle tifoserie avversarie: a Enna, addirittura, avevano portato in campo una bara col suo nome.
Quelli siciliani sono stati anni importanti non solo dal punto di vista calcistico (era stato premiato per il record d’imbattibilità: 13 partite senza subire gol), ma anche personale. Qui ha conosciuto la sua futura moglie Enza Adamo, insieme hanno costruito una bellissima famiglia con i loro figli Stefano, Claudio e Gianluca, nato proprio in Sicilia, poi, dopo cinque anni sono tornati a Verolanuova.
Il ritorno a Verolanuova
Carlo ha giocato quindi nella Verolese e nella Pavonese fino a quando non ha appeso i guanti al chiodo e ha trovato lavoro presso l’Ocean di Verolanuova, perché prima di tutto sono sempre venuti i bisogni della famiglia. La passione del calcio però non l’ha mai abbandonato: ha allenato sia i Pulcini che la prima squadra della Verolese. «Faceva degli allenamenti massacranti», hanno ricordato i fgli che hanno ereditato la passione del calcio e spesso, da ragazzi, sono stati allenati da lui.
“Eravamo in tre e nostro padre non si è mai perso una nostra partita- hanno ricordato – sempre posato e rispettoso: era capace di farsi ascoltare senza mai imporsi”.
Perché Carlo era così: semplice, umile, con una gentilezza e pazienza innate, capace di riservare a tutti un sorriso e una battuta. Molto legato alla famiglia, soprattutto ai nipoti, erano il suo orgoglio e qualcuno ha ereditato da lui non solo il nome, ma anche la passione per il calcio, proprio nel ruolo di portiere come il nonno. E questo l’ha riempito d’orgoglio. Bettoncelli aveva anche la passione delle bocce, ereditata dal papà, aveva anche preso un patentino per poter gareggiare, in poche parole aveva un animo sportivo e generoso, aveva curato per anni il centro sportivo, ma quello che più è rimasto nel cuore della sua comunità era il suo buon cuore con cui aveva saputo conquistare davvero tutti.