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In fuga dall'Ucraina: "Siamo come attori di un film che non vogliamo vivere"

La storia di Olga, Vadim e dei loro tre figli, scappati da Kiev all’alba della guerra. «Si parla già di tornare e ricostruire: ma non vediamo la fine all’orizzonte»

In fuga dall'Ucraina: "Siamo come attori di un film che non vogliamo vivere"
Cronaca Bassa, 16 Aprile 2022 ore 14:00

di Emma Crescenti

«E’ come se fossimo in un film d’azione di cui non vogliamo essere i protagonisti». Olga e suo marito Vadim parlano dal divano di una famiglia di Castelcovati. I tre figli, di 10, 8 e 4 anni, si trovano con i nonni materni a Serina, nella bergamasca, nell’abitazione che i bresciani hanno messo a loro disposizione. Dove, almeno finché durerà, saranno al sicuro, lontani dalla guerra.

In fuga dall'Ucraina: "Siamo come attori di un film che non vogliamo vivere"

In Italia sono arrivati il 10 marzo, più di un mese fa. Lei, artista, lavora nel campo della moda; lui è un imprenditore. Tutti a Kiev hanno lasciato la loro vita, resta l’incognita di quando potranno riprendersela. «E’ successo tutto in fretta, il giorno prima avevamo la nostra quotidianità fra lavoro, scuola, tempo libero: sapevamo cosa succedeva al confine, ma non percepivamo un reale pericolo. Il giorno dopo ci hanno svegliato le bombe».

Alle 4 di mattina di giovedì 24 febbraio è iniziata l’invasione russa. «Ci siamo guardati negli occhi e abbiamo detto “andiamo” - hanno continuato - C’era poco tempo per piangere, perfino per pensare: in un attimo abbiamo fatto alzare i bambini e preparati i bagagli raccattando un po’ di tutto, non sapevamo nemmeno cosa prendere, se saremmo stati via tanto o poco. In più il nostro primogenito non era a casa, era in ritiro con la squadra di calcio in un’altra città, ma siamo riusciti a riunirci grazie all’aiuto del suo allenatore. Usciti abbiamo visto tanti altri vicini che caricavano le auto: valigie, cani, gatti, ci sembrava una situazione così assurda...». Poi la partenza verso la casa in montagna, fuori dalla capitale, pensando di poter trovare un rifugio in attesa della fine delle ostilità. Intorno, ai bancomat e alle pompe di benzina già si formavano lunghe code. «Abbiamo pensato che lì saremmo stati al sicuro, che i russi avrebbero colpito solo gli obiettivi militari, che non ci sarebbe stato pericolo per i civili. Poi sopra la testa hanno iniziato a passare elicotteri russi, diretti verso le città». Il resto è storia: Mariupol, Kharkiv, Irpin, Chernihiv. La strage di Bucha.

Rotta verso l’Italia

Dalla confusione iniziale è poi germogliato il seme della consapevolezza. «Siamo andati a Hostomel per recuperare i miei genitori, vivevano vicino all’aeroporto militare - ha spiegato Olga - In quel posto ora non c’è più niente, i russi lo hanno completamente distrutto. Subito dopo i primi bombardamenti sono rimasti senza acqua, gas e luce, chiusi nel bunker della loro casa. Ho pregato mio padre di venire con noi, inizialmente non voleva partire: “questa è casa mia, aspetterò il mio destino”». A convincerlo sono state le esplosioni, sempre più frequenti, sempre più nitide. Chiusi nel bunker, svegli e impauriti, «ci sembrava di essere come nel gioco battaglia navale: non sapevi se le bombe ti avrebbero colpito».

Bisognava partire, ma per dove? In quale direzione? Prima verso Vinnycja, da alcuni amici, dove arrivare non è stato facile: le code ai distributori nel frattempo si erano allungate, il carburante era stato razionato. «Di solito per arrivare ci vogliono tre ore: ce ne abbiamo messe 8 perché continuavamo a fermarci per fare benzina». Da lì è partita la ricerca di un posto dove andare. Decine e decine di mail spedite con l’appello e la foto della grande famiglia, sperando che qualcuno li vedesse, li accettasse. «Siamo in tanti, avevamo paura di doverci separare o di non trovare nulla: invece ci ha accolto questa famiglia e non possiamo esserle più grati di così. Non stiamo bene economicamente, ma abbiamo calcolato che fra i costi di una casa in affitto e tutto il resto, i soldi sarebbero bastati per due, massimo tre mesi».

Il dramma dei profughi

Loro sono stati «gli sfortunati fortunati», questo lo sanno, perché hanno trovato velocemente un porto sicuro dove riprendere una parvenza di vita. Olga e il marito stanno prendendo lezioni private di italiano e cercano di organizzare come possono il lavoro, i figli sono occupati con la scuola e l’attività sportiva. «Il più piccolo dice che vuole combattere contro i russi, il primo invece mi chiede perché sta succedendo tutto questo: ma per noi per l’importante che non sappiamo cosa sia davvero la guerra, li abbiamo portati via prima che la vedessero con i propri occhi».

C’è chi però, senza mezzi, ha affrontato ore di viaggio a piedi e ne ha attese altrettante al confine. C’è chi ha atteso per giorni che le bombe smettessero di cadere, per poi fuggire attraverso le macerie di intere città. C’è chi non ce l’ha fatta.

E anche chi è riuscito ad arrivare, ma non ha prospettive nonostante la vasta rete di aiuti che dal Governo ai singoli comuni si è strutturata per cercare di raggiungerli tutti. «Su Telegram c’è una chat di cittadini ucraini giunti in Italia che ancora non sanno cosa fare, fra le mille carte e documenti da compilare. Alcuni stanno finendo il denaro, ma non possono lavorare: è assurdo ma tornare in Ucraina, nonostante il pericolo, possa essere una soluzione preferibile, quasi obbligata. Noi siamo tranquilli, la nostra casa a Kiev non è stata colpita, abbiamo un posto dove tornare: ma alcune città sono state completamente cancellate, rase al suolo». Molti sono bloccati in un limbo: non hanno le forze per restare, ma in Ucraina per loro è come se non fosse rimasto nulla.

«I soldati russi sono poveri di mente e di cuore»

Ogni giorno ora inizia con «come va, siete vivi?» inviato a tutti gli amici rimasti in Ucraina. La madre e la sorella di Vadim, invece, abitano a Mosca. «Abbiamo interrotto i rapporti, loro non credono, forse non sanno tutta la distruzione che i russi stanno portando in Ucraina: pensano sia colpa nostra».
Non manca la speranza però. Nel cuore di tutto il popolo ucraino brucia la voglia di tornare, di riappropriarsi della propria vita e di ricostruire tutte le case rase al suolo, le scuole, i teatri, gli ospedali, gli aeroporti. Ma quando? Quando finirà questa follia?

«Ci vergogniamo per loro, per Putin, il Governo russo e per questi soldati che non mostrano un briciolo di umanità e di rispetto: la guerra ha pur sempre delle regole che loro hanno infranto rubando, saccheggiando, uccidendo i civili. Sono poveri qui e qui», ha concluso Olga: con l’indice indica la testa, poi il cuore. «Ignorano la storia, la loro stessa cultura e hanno distrutto perfino il loro linguaggio, il vero russo lo parliamo meglio. Non saremo mai schiavi dei russi, nè perdoneremo quello che loro hanno fatto e la distruzione che hanno portato nelle nostre città».

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