Cronaca

Il libro di un uomo contro la violenza di genere

Il libro di un uomo contro la violenza di genere
Cronaca 05 Giugno 2017 ore 18:26

Il tema della violenza contro le donne è sempre più d’attualità perché la cronaca, purtroppo, ci regala un campionario infinito di situazioni. Non solo, oltre ad essere in continua crescita il fenomeno non risparmia province come Brescia e Mantova. Nel corso della presentazione del libro Altre Stelle (Mimesis edizioni) scritto dal castiglionese Luca Martini, che si è svolta la scorsa settimana a Castiglione delle Stiviere, Piera Stretti direttrice del centro anti-violenza Casa delle Donne di Brescia ha dichiarato che nel 2016 sono stati oltre 600 i casi segnalati a Brescia e di cui si sono occupati, in parte, al centro di via san Faustino. Guerrino Nicchio, responsabile dell’ospedale san Pellegrino di Castiglione delle Stiviere, ha dichiarato che il pronto soccorso Rosa di Castiglione ha gestito lo scorso anno circa 180 casi di violenza, il 95% dei quali con donne protagoniste. Il fenomeno, dunque, è in crescita, e la cosa è già preoccupante, ma ncora di più, come ha ricordato lo stesso Martini nel corso della presentazione è il numero di casi che non vengono denunciati. Il lavoro, dunque, che Luca Martini ha svolto con questo volume ha una duplice funzione, e cioè raccontare un mondo, quello dei centri anti-violenza, facendo parlare le operatrici che, ogni giorno, lavorano e affrontano questa situazione, e contribuire alla sensibilizzazione verso questo tema e, soprattutto, verso chi si occupa, con grande professionalità, di questa emergenza.

Come sono nati questo libro e questo viaggio?
«Questo libro e il viaggio per realizzarlo nascono da un interesse lontano che ho avuto nei confronti dell’azione sociale e civile di alcune associazioni di volontariato che operano sul nostro territorio. Ma è stata la puntata di Presa Diretta di Riccardo Iacona – che mi ha onorato della prefazione al libro – dal titolo “Strage di donne” a darmi la misura endemica della diffusione della violenza di genere nel nostro Paese, e allo stesso tempo a scuotermi da una cecità che avevo evidentemente nei confronti del problema. Ho cominciato ha pormi delle domande, prima fra tutte come fosse possibile che non avessi mai avuto la percezione di questa emergenza. Da lì sono partito».

Perché i centri anti violenza? Che cosa sono?
«Mi sono rivolto ai CAV perché sono il luogo migliore per cercare di capire di più e meglio la portata della violenza di genere nel nostro Paese. Lì ci sono le parole, le competenze, la storia, anche i numeri per raccontare cosa sia il gap gender, come si manifesta la violenza, in quali forme e per quali, peraltro complessissime cause. I CAV sono associazioni Onlus e quindi su base volontaria che si occupano in prima istanza di accogliere le donne vittime di violenza che a loro si rivolgono e successivamente di accompagnarle in un percorso di uscita dalla violenza. Ma i CAV fanno moltissimo anche fuori dalle mura dell’Associazione. Creano reti sociali di cooperazione con le forze politiche locali, con le forze dell’ordine, con la magistratura, con gli ospedali, per costruire un modello congiunto per il riconoscimento e il contrasto alla violenza di genere. Strategico il lavoro di prevenzione che le operatrici fanno nelle scuole, nel dialogo con le generazioni più giovani. Nonostante questo lavoro enorme, quasi nessuno li conosce, perché manca un’enfasi politica in senso ampio sul loro operato, che invece di coinvolgere lo Stato in prima fila, delega a loro, ai CAV, ogni iniziativa e conseguenti oneri, come se fosse una questione privata e non un’emergenza sociale».

Le operatrici: ci spieghi che persone hai trovato e di cosa si occupano?
«Intanto ci troviamo di fronte a una figura professionale a tutti gli effetti, anche se non ancora riconosciuta in albo. Le operatrici vengono selezionati attraverso specifici colloqui, fanno corsi formazione complessi e questa formazione è permanente. Quindi non c’è spazio per l’improvvisazione. Ancorché non retribuite, se non in rare eccezioni, e quindi lavoratrici su base volontaria, non fanno volontariato ma attivismo, non offrono un servizio ma un progetto ampio e articolato alla cui base sta la motivazione, senza la quale questo lavoro è impossibile farlo. Accolgono e accompagnano le donne che si rivolgono loro, si preoccupano di costruire e mantenere la rete di cui parlavamo prima, fanno a loro volta formazione. Il tutto senza un formale, serio e apprezzabile riconoscimento pubblico. E preoccupandosi anche di fare sopravvivere il loro stesso Centro, che deve pagare quasi sempre affitti e utenze. Non ho trovato femministe arrabbiate o donne che odiano gli uomini, neppure donne che vogliono salvare il mondo. Sono figure straordinarie che cercano, con immane fatica, di dare un contributo al difficile cambiamento culturale che è alla base del contrasto alla violenza di genere».

Brescia, una delle tante realtà che hai affrontato…
«La partecipazione del Centro di Brescia – Casa delle Donne – è stato molto importante perché essendo stato fondato nel 1989 è uno dei primissimi centri sorti in Italia, agli albori dunque del movimento. Ci offre la possibilità di vedere l’evoluzione dei CAV lungo più di un quarto di secolo, intersecandone le vicende con quelle del femminismo oppure seguendo i cambiamenti in campo sociale e legislativo».
Come ti è sembrato il centro di Brescia?
«E’ un centro estremamente organizzato, come necessario per un’organizzazione che si muove su una città grande e complessa come Brescia. Ancora oggi la figura di riferimento, accanto a tante operatrici che lo sostengono, è quella della sua storica presidente Piera Stretti, che il femminismo nelle piazze l’ha davvero vissuto negli ’70 e dalla cui volontà nasce Casa delle Donne di Brescia. La grande esperienza di Piera Stretta ci guida bene attraverso i notevoli cambiamenti sociali cui accennavamo prima e che nel libro sono raccontati con ampio risalto. Ne emerge un’analisi estremamente lucida e saggia, anche nel leggere la situazione di oggi. La presenza di questa testimonianza è davvero strategica per capire da dove si è partiti e dove bisognerebbe arrivare».

Bolzano ha una storia particolare invece, ce la puoi spiegare?
« Il CAV di Bolzano è l’unico di quelli raccontati nel libro e tra i pochissimi in Italia dove il Centro è davvero al centro di una politica saggia. Tramite una virtuosa legge regionale del 1989 il Centro Antiviolenza, in questo caso Gea, che si aggiudica tramite bando l’appalto indetto dal Comune, per sei anni può lavorare senza doversi preoccupare di sostenere le spese per lavorare e tutte le sue operatrici sono contrattualizzate e retribuite. Questa eccezionalità, che mostra a cosa il modello dovrebbe tendere, non fa però venire meno due aspetti. Al di là della retribuzione, per fare l’operatrice anche a Bolzano serve una motivazione speciale. Inoltre il problema della violenza di genere è di estrema urgenza anche su questo territorio, perché l’origine della violenza è culturale e non economica».

Come funziona, oggi un centro antiviolenza?
« Funziona attraverso pratiche consolidate e condivise per quello che riguarda le attività con le donne che vi si rivolgono. La vita del CAV invece è condizionata dalle vicende locali, dal fatto che il centro sia o meno supportato dalla politica locale, che debba o meno vivere l’emergenza continua di trovare i soldi per restare aperto. La storia del Centro de L’Aquila, segnato dalla vicenda del terremoto, è senz’altro emblematica, da leggere d’un fiato. E nonostante tutto, non hanno ceduto di un centimetro».

Violenza e potere, in questo viaggio e nei tuoi incontri, che idea ti sei fatto?
«Il tema è veramente amplissimo, ma in sintesi potremmo dire che gli aspetti  sono due. Il primo è culturale, laddove ci troviamo a vivere e respirare le scorie di un sistema patriarcale che pur in decadenza cerca disperatamente di mantenere il controllo sulla società, stabilendo per tutti ma soprattutto per tutte cosa si debba o non si debba fare. Di conseguenza c’è il problema della sproporzione nella gestione del potere a tutti i livelli tra i due generi, politico, economico, sociale, culturale, che è esattamente lo specchio della sproporzione tra la violenza maschile contro il mondo femminile e quella in senso opposto».

Come è stato accolto il libro?
«In modo davvero molto positivo e questo è fondamentale per l’obiettivo che si pone, ovvero essere una riflessione seria sul dramma della violenza di genere. Il libro è uscito ai primi di marzo e lo abbiamo già presentato una quindicina di volte in giro per l’Italia. A breve saremo a Viareggio, Perugia, Terni e Lugo. E per l’autunno stiamo lavorando a nuove date».
Nell’Alto Mantovano, rispetto a quanto accade nel bresciano, ci si è interrogati in questi ultimi anni sul tema grazie alla sensibilità di alcune Amministrazioni e alla Commissione pari opportunità del Distretto di Guidizzolo che, in occasione della presentazione del libro di Martini a Castiglione delle Stiviere, ha presentato il lavoro svolto in questi anni e, soprattutto quanto accadrà il prossimo 29 maggio quando cioè verrà siglato il protocollo provinciale che sarà la sintesi dei protocolli anti-violenza di tutti i distretti del mantovano. Soddisfatta Gaia Cimolino, presidente della Commissione Pari Opportunità del lavoro fatto nelle scuole, ma anche nella Amministrazione che ci ha consentito di raggiungere questo importante obiettivo che è nato grazie a un tavolo di rete a cui hanno partecipato tutte le associazioni di volontariato, ma anche gli esperti e i centri accreditati del mantovano”. Alla presentazione del libro ha partecipato anche l’assessore alle pari opportunità di Castiglione delle Stiviere Elena Cantoni che ha ricordato quanto fatto sul territorio di Castiglione delle Stiviere con l’apertura dello sportello gratuito gestito da due avvocatesse che prestano consulenza gratuita e anonima, ma anche il protocollo di pronto intervento, un volantino cioè con indicate tutte le strutture che sono presenti a Castiglione delle Stiviere e che possono intervenire nel caso si presentino episodi di violenza».


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