Green Hill, «eutanasia invece di curare i cani»

Green Hill, «eutanasia invece di curare i cani»
28 Maggio 2016 ore 08:16

Decisioni razionali, studiate a tavolino. E’ questa, in estrema sintesti, la politica aziendale di Green Hill nei confronti dei beagle. Tutto ciò emerge dalle motivazioni delle condanne rese note dai giudici della Corte d’Appello: “Tutte le condotte descritte nel capo di imputazione non sono state occasionali, o limitate, bensì rispondevano a una precisa e voluta politica aziendale volta a massimizzare i profitti e minimizzare i costi di gestione a scapito della salute e del benessere degli animali”. Il presidente della Corte d’Apello di Brescia, Enrico Fischetti, in 90 pagine, ha spiegato la sentenza con la quale il 23 febbraio scorso ha confermato le condanne inflitte ai vertici della Marshall per animalicidio e maltrattamento di animali (1 anno e 6 mesi per la legale rappresentante Ghislane Rondot e per il veterinario dell’allevamento Renzo Graziosi, 1 anno al direttore Roberto Bravi). In sostanza, per i giudici, il vasto allevamento di Montichiari avrebbe imposto ben altre “strutture sanitarie e un presidio medicopiù assiduo”. Invece a Green Hill c’era solo un veterinario e “un ambulatorio per nulla idoneo per gli interventi svolti, spesso da personale non qualificato e senza preanestesia”. 

Per la Corte d’Appello, tra l’altro, “ad una precisa strategia aziendale” seguiva anche “la cura palliativa dei numerosissimi cani affetti da demodicosi”. Una patologia determinata proprio dalle “condizioni di stress” a cui i cani erano sottoposti. Le scelte della Marshall prevedevano persino di “praticare l’eutanasia in modo disinvolto, preferendo, sopprimere il cane piuttosto che curarlo adeguatamente”. Risparmiando, quindi, i costi di “cure lunghe e incerte” che “avrebbero magari reso difficile la vendibilità del prodotto”. Scelte, per la Corte, che vanno “in senso diametralmente opposto all’evoluzione normativa comunitaria e nazionale”. Dal punto di vista dei giudici d’Appello, dunque, alcuni parametri di base necessari per le caratteristiche etologiche dei beagle non erano affatto rispettati, “come dimostrano tutti i comportamenti anomali posti in essere”. 

 


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