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Caterina ha vinto il tumore: Nadia Toffa è stata un esempio

La ragazza 36enne ha capito di star male quando si è resa conto di far fatica ad affrontare una rampa di scale . Una cosa strana per una donna sportiva. Ma con il sostegno di amici e famiglia ha vinto la sua battaglia.

Caterina ha vinto il tumore: Nadia Toffa è stata un esempio
Bassa, 06 Settembre 2020 ore 10:00

di Valentina Gandossi

Caterina Gozzini, di Rudiano, ha capito di star male quando si è resa conto di far fatica  ad affrontare una rampa di scale . Una cosa strana per una donna sportiva. Ma con il sostegno di amici  e famiglia ha vinto la sua battaglia.

Caterina ha vinto il tumore

«Ballava Michael Jackson con la piantana della “chemio” nel corridoio dell’ospedale, la sua dottoressa mi guardava e scuoteva la testa sorridendo». Queste le parole del papà di Caterina Gozzini, la sua unica figlia: un vulcano nel corpo di uno scricciolo. Sono sorridenti ora, dopo aver superato la tempesta, e complici: si prendono in giro come solo un papà e una figlia sanno fare. Caterina, 36 anni, lo scorso maggio ha scoperto di avere un tumore maligno e ha voluto raccontare la sua esperienza.

La notizia della malattia

Caterina si è accorta di star male quando si è resa conto di far fatica ad affrontare una rampa di scale, è sempre stata una sportiva: danza, sci, tennis.
«A fine aprile ho iniziato a sentire un forte dolore alla schiena, avevo affanno e faticavo a respirare, quando arrivavo in cima alle scale a lavoro ero piegata in due dalla fatica. Il primo maggio, che a Rudiano è festa, il dolore è diventato più forte ma “con due spritz passa” mi sono detta, il giorno seguente l’affanno è peggiorato e sono andata in panico, avevo la sensazione fortissima che qualcosa non andasse». Quel sentore è stato talmente forte da convincerla ad andare al Pronto soccorso, «Mi hanno liquidata con: dolore intercostale e mi hanno fatta andare a casa – ha detto – La stessa notte mi è uscito un bozzo al collo». Dopo l’ecografia e un ago aspirato quella sensazione era diventata una cosa seria.
«Mi hanno ricoverata per 16 giorni e dopo una serie infinita di esami mi hanno diagnosticato un Linfoma Non Hodgkin (un tumore maligno che origina dai linfociti, le cellule principali del sistema immunitario, ndr), un a grandi cellule tipo B secondo stadio bulky, un nome lungo così – ha detto mimandolo con un gesto della mano – A grandi cellule perché sono delle masse, io avevo una massa di 18 millimetri al mediastino e al collo, praticamente ero piena, non si sa di preciso quando siano apparsi, erano attaccati ai polmoni e alla carotide, avevo sempre i battiti altissimi.

La reazione alla malattia

«Quando me l’hanno detto ho pianto un giorno intero, mi sono data un giorno e poi basta. Ho detto datemi il tempo di farmi il mio pianto – ha spiegato prendendosi delle lunghe pause tra una parola e l’altra per ripercorrere quel ricordo doloroso – Poi è venuta un’infermiera che avrà avuto la mia età forse più giovane, mi ha fatta sedere e mi ha detto schietta “Sarà un anno di merda, perché lo sarà, ma si guarisce”». Dopo qualche giorno Caterina avrebbe iniziato la terapia, ma prima ha deciso di farsi operare per la crioconservazione degli ovuli a Bologna: «Non sono fidanzata, ma non mi serve un compagno per avere un bimbo, vorrei avere dei figli, probabilmente, in caso, dovrò essere assistita ma almeno ne ho un bel numero “in frigo”» ha commentato scherzosa.

La prima chemioterapia

Al Civile di Brescia Caterina ha iniziato il suo percorso verso la guarigione: «Mi ha colpita molto il reparto, i miei amici pelati, come li ho chiamati per tutto il tempo della terapia. Il primo ragazzo che ho notato è stato quello davanti a me, quando pensi alla “chemio” immagini subito di vomitare, di perdere l’appetito, lui invece si stava mangiando una fetta di pizza, ho pensato: “Se lui mangia la pizza e non sta male posso farlo anch’io” e infatti così è stato, il cibo dell’ospedale proprio non lo sopportavo e ho mandato spesso mia mamma a prendermi pizze e panini. Quello dell’inappetenza è stato l’ultimo dei miei problemi: durante la prima terapia mi hanno inserito il Pic per la “chemio”, quello è stato il trauma più grosso.

La testa rasata

«Li ho fatti tagliare alla seconda “chemio”, li avevo lunghissimi, poi li ho provati a “metà” con un caschetto lungo, per togliermi lo sfizio. Mi ha rasata la mia parrucchiera a casa, ero con le amiche che in realtà erano più traumatizzate di me. Quando guardo le foto con i capelli lunghi, oggi non mi sento più me, non mi ci riconosco: ora sono così.

La reazione di famiglia ed amici

«Mi hanno insultata per tutto il tempo: “Appena guarisci te le diamo”. Mi dicevano di non fargli mai più uno scherzo del genere».
Tutte le persone attorno a lei sapevano della sua malattia e spesso non sapevano bene come comportarsi, se chiedere e sembrare impiccioni, se evitare gli sguardi dei suoi genitori, in realtà ha detto papà Franco:

«Non abbiamo mai nascosto la sua malattia e l’interessamento sincero ci ha fatto piacere, è stato anche quello un sostegno in un momento difficile per noi».
Dal canto suo Caterina aveva indossato una maschera da guerriera coraggiosa «Non permettevo di trattarmi da malata, non ho mai saltato una colazione al bar, non sono mai stata a casa durante il giorno a meno che non stessi malissimo, andavo anche ai compleanni, avevo un’oretta di autonomia e poi mi facevo venire a prendere: non stavo bene, non sono mai stata bene, ho perso 8 chilogrammi, ma piangevo a casa con mia mamma». Mamma Stefania ha vissuto con lei per sei mesi e l’ha aiutata tantissimo: «Io ho i miei spazi, è venuta lei da me: mi ha fatto da infermiera e psicologa, è stata importantissima».

Il percorso di guarigione

«Ad oggi sono in remissione completa, ho la Tac di controllo dopo sei mesi, facciamo le corna! – ha detto mimando il gesto sotto al tavolo del bar – Ho un po’ di visite da fare, e c’è sempre una piccola percentuale di recidiva ma quando sei malata metti sempre in conto il peggio».
Riguardo alla malattia, a quello che le è successo Caterina è tutto tranne che fatalista: «Tutti quelli che dicono che la malattia li ha cambiati, che hanno visto la luce in fondo al tunnel, è una cosa che non condivido: la malattia fa schifo, stavo meglio prima, non troverò mai un senso a quello che mi è successo, ho avuto la conferma di avere attorno persone che mi hanno aiutata e supportata che mi vogliono bene, mi serviva la malattia per saperlo? Fanculo, no. Stavo meglio prima, sei mesi di ospedali e dolori sono cose che pesano, prendevo 14 pastiglie al giorno, penso di non essere cambiata molto anche se tutti mi dicono di sì, forse sto più attenta a certe cose o a certe persone ma la malattia di per sé non mi ha cambiata di una virgola. Quando arrivano gli esami fisso i globuli bianchi, che sono ancora a terra, sono quelli che controllano in modo maniacale tutti i malati oncologici, cammino ma non ho ancora ricominciato a fare sport, sono affaticata e più debole, chi vorrebbe stare così?»

La convivenza con il Covid in ospedale

«Una tragedia, per fortuna, nella sfortuna non son stata ammalata quest’anno, soltanto il fatto di essere totalmente da soli durante la chemio deve essere bruttissimo – ha spiegato – Ormai il problema principale è il Covid, solo il Covid quando ci sono 600 morti al giorno di tumori, ma queste persone sono state lasciate da parte».

L’importanza della ricerca e del sostegno psicologico

Durante l’intero percorso di cure i malati sono affiancati da una figura che si occupa del supporto psicologico: «Avrei bisogno oggi più che durante la “ chemio” di uno psicologo, quando sei in ospedale e “dentro alla situazione” ti concentri solo sulla guarigione, sei dentro all’ingranaggio e non hai nemmeno tempo di pensare. Sono più spaventata oggi di quando ero malata e sono sicura che in tanti provano la stessa sensazione – ha detto Caterina – Tantissime persone che non conosco mi hanno scritto grazie all’Ail (l’associazione che promuove e sostiene la ricerca scientifica delle leucemie, dei linfomi e del mieloma, ndr) mi chiedono se è normale gli succeda questo e quello, sono cose che anche io avrei voluto sapere all’inizio, durante e alla fine di questo mio percorso: se hai un dolore e sai che è normale non vai in panico». Insomma, la 36enne è convinta che il sostegno psicologico dovrebbe continuare anche dopo la guarigione: «Gli amici e la famiglia sono il sostegno più grande in assoluto ma una figura preparata garantirebbe un equilibrio diverso nella gestione del post malattia. Serve anche ricordare e sottolineare di nuovo quanto sia importante la ricerca: la ricerca mi ha salvata, sembra scontato dirlo, finché non ti rendi conto che ne hai bisogno per davvero, per non morire e che chi ha lavorato per la ricerca ti sta di fatto salvando la vita. Prima non ci si fa caso, ed è un errore enorme».

Il «Ritorno alla vita»

Appena finito le radioterapie sono andata Dubai, ho sempre girato il mondo e il fatto che la malattia mi avesse bloccata d’estate mi ha messo così tanta rabbia! Sono stata a Tenerife quest’anno, per recuperare le due settimane che mi ero persa. A settembre abbiamo organizzato uno spiedo con trenta persone, quelle stesse persone che ho visto tutti i giorni, le persone che sono state la mia salvezza: le mie amiche, le mie cugine Alessandra e Cristina Gozzini, mia zia Elena Bonetti non mi hanno mai mollata un giorno e i miei genitori ovviamente».

«Appena l’ho saputo ero già per aria, ma lei non ha mai mollato» ha commentato papà Franco guardandola. «Hanno tenuto botta anche loro» ha detto Caterina. «Hai tenuto botta tu!» ha risposto papà, con gli occhi lucidi sotto agli occhiali scuri.

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L’esempio di Nadia Toffa

«Eravamo in ospedale e da due giorni dicevo che dovevo andare a trovarla». Caterina Gozzini dopo la diagnosi ha sentito un forte legame con Nadia Toffa una ragazza, più o meno della sua età, che da pochissimo aveva perso la sua battaglia contro una malattia che stava mettendo lei stessa a dura prova.

«Avevo appena fatto una trasfusione e non riuscivo nemmeno a fare due passi di fila senza reggermi a mio papà, gli ho chiesto di andare a camminare in centro per magiare un boccone» ha raccontato. Anche se non voleva e aveva cercato di farmi desistere sapeva benissimo che il mio scopo era quello di salutare Nadia». Per percorrere 600 metri papà e figlia si sono fermati, nel centro di Brescia, almeno 10 volte, fino ad arrivare in Duomo dove era stato portato il feretro della Toffa. «Avevo la mascherina, ero piena di tubi e stavo in piedi a malapena, non c’era nessuno perché era l’una del pomeriggio, sono salita a piccoli passi dove c’era la bara e mi è corsa in contro una ragazza, mi ha abbracciata strettissima e mi ha detto in un orecchio: “Mia sorella sarebbe stata qui a dirti di non mollare, mi raccomando, lei ci tiene!”». Era la sorella di Nadia Toffa.

«Nel tragitto di ritorno sono arrivata alla macchina in metà del tempo: “Non mi posso lamentare per niente, tanto meno per un buco in un braccio” mi sono detta. Il 13 agosto a un anno dalla morte di Nadia Toffa io ero a Tenerife, stavamo cenando e al nostro tavolo è venuta una cameriera che era la sua copia identica, è stato una specie di segno per me. Me la immagino lì a Tenerife, al mare a godersi un tramonto».

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