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Bezzi, da pastore ad artista

Bezzi, da pastore ad artista
Cronaca 13 Maggio 2017 ore 17:20

Un impulso vitale al quale non è possibile sottrarsi, che segna un cambiamento radicale nella propria vita, perché cambia il modo di osservare il mondo. Questo è l’arte per Angelo Bezzi, pittore, acquarellista, mosaicista e scultore che, a 63 anni, ha trovato nel mosaico «la linea di confine tra pittura e scultura, è la giusta sintesi tra le due cose» dove il sacro e il profano si incontrano con armonia. Sempre in movimento, in continua ricerca di nuove ispirazioni che modellino i suoi pensieri in forme sempre nuove che poi espone in tutto il mondo, a partire dell’Art Social Gallery di Brescia che ha fondato nel 2015 e di cui è direttore artistico, ora in procinto di raddoppiare i suoi spazi. Da poco è stato ammesso dall’Associazione Internazionale Mosaicisti Contemporanei con sede a Ravenna ma che unisce artisti internazionali, per la maggior parte stranieri.

Ma si sa, nessuno è profeta in Patria: «Ho proposto più volte gratuitamente le mie opere al Comune – dove negli anni ha esposto diverse volte - ma sono sempre state rifiutate». Ora partecipa a mostre internazionali ed espone in tutto il mondo, a Lugano così come a Mosca. Fede e natura hanno scandito ogni giornata nei suoi 63 anni di vita tanto da diventare le maggiori fonti di ispirazione per le sue creazioni. L’ambiente agreste, che ora domina mosaici e quadri, ha segnato profondamente la sua esistenza fin dall’infanzia: il padre, pastore di Ponte di Legno, reduce della battaglia di Nikolajewka, trascorreva il periodo invernale con la famiglia proprio nella zona dei «Finiletti», al confine con Ghedi, dove la mamma, originaria di Castenedolo, aveva un piccolo «licinsì», una sorta di piccolo botteghino. E lui, Angelo, insieme al padre, partiva da Ponte di Legno a piedi per la transumanza alla volta di Castenedolo, dove vive da quando aveva 7 anni. Nato a Ghedi nel 1954 ha iniziato a immergersi nella natura bassaiola fin dai tempi in cui percorreva a piedi la strada che lo portava all’asilo di Malpaga. Il suo cuore, insieme a tante opere però sono rimaste proprio a Ponte di Legno, dove ancora oggi si rifugia, e nell’intera Valle Camonica, dove tuttora è molto richiesto e apprezzato.

I suoi mosaici impreziosiscono piazze, cimiteri e chiese e diversi evangeliari, uno dei quali è esposto anche in Vaticano. Per la realizzazione di queste «opere da cattedrale», che uniscono le tradizione artigianali cartografiche e legaturiere, ha ricevuto l’autorizzazione dalla Conferenza episcopale italiana. Circa 50 le copie sparse in tutta Italia in importanti cattedrali e parrocchie «sensibili all’arte liturgica, purtroppo sempre meno» ha commentato dal momento che, quella dell’evangeliario, è una tradizione abbandonata già dal Medioevo. In questo caso le sue creazioni sono impreziosite da un contenuto di alto pregio, direttamente curato dal figlio Francesco teologo, dirigente della Caritas di Bergamo. Laureato nel 2006 alla Laba (Libera Accademia di Belle Arti di Brescia) con la tesi «Dalla pittura al mosaico», da presidente dell’associazione «Amici della Laba» ha organizzato corsi, visite, workshop che gli fruttano ancora oggi importanti collaborazioni, come quella con lo scultore Angelo Bordonari che l’ha introdotto nel mondo dello scalpello. Così sono nate diverse rappresentazioni del mondo naturale, dai piccoli animali poi coperti a mosaico alle grandi mele, soggetto che predilige molto, fino ad enormi pareti su cui adagia eteree decorazioni di fiori e foglie e che rappresentano le stagioni. Fondatore dell’associazione culturale Arti Visive, prima della galleria. Scarti di vetro, silicone, polistirolo, stucco epossidico e gasbeton (calcestruzzo aerato) il pane quotidiano che fanno di lui un polimaterico contemporaneo.

«Sono un sostenitore del mosaico che dura per sempre – ha spiegato – e questa è la tecnica con cui resiste di più». Ha una sensibilità materica innata, ed è proprio nella materia che trova la sua dimensione ideale: «Amo andare alla ricerca della materia – ha spiegato – vorrei entrare nella materia per scoprirla. Le parole non mi interessano, do attenzione solo alle immagini. Ogni opera che creo ha un suo significato – ha spiegato – che deve essere di lettura immediata». Così come Dostoevskij ne è convinto: «La bellezza salverà il mondo».


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