Lunedì scorso, per chi non lo sapesse, era il blue monday. Si trova online persino una formula, per calcolare la data di quello che è considerato «il giorno più triste dell’anno». Ma ovviamente, come tutte le cose troppo semplici, anche questa è una bufala: nacque per alimentare un’arguta campagna di marketing di un’agenzia viaggi, alcuni anni fa. Eppure non serve troppa fantasia per spiegarci com’è che il blue monday abbia preso tanto piede. E’ una spiegazione facile e comoda dell’abisso in cui talvolta ci sembra stiano scivolando le nostre emozioni individuali e collettive. E tutto ciò è rassicurante, per quanto falso.
A scuola di emozioni: il progetto di un gruppo di professionisti bresciani
Ma se invece di una storiella, ci fosse una scuola per capire più in profondità cosa succede nella nostra testa, quando siamo tristi, o ansiosi, o arrabbiati? Ebbene, c’è. A cercare di farsi carico della sfida, partendo da Rovato, sono stati nei mesi scorsi quattro professionisti bresciani, che hanno dato vita a una nuova realtà del Terzo settore concepita proprio come laboratorio dell’educazione emotiva. Si tratta del counselor formatore Stefano Lancini (presidente), della pedagogista Licia Lombardo, della psicoterapeuta formatrice Alessandra Franzelli e della psicologa Klaudia Kruja. Sulle ceneri dell’associazione «Step Back» di Rovato (costituita da Franzelli e Lancini), il gruppo ha costituito la «Scuola delle emozioni», un gruppo di lavoro che propone sul territorio incontri e percorsi di formazione volti a diffondere l’educazione emotiva, non solo come base fondamentale per la crescita equilibrata dei bambini, ma anche come strumento di benessere per gli adulti, magari alle prese (e chi non lo è?) con ambienti di lavoro e di vita sempre più stressanti e votati alla performance. Oltre ai fondatori, il gruppo ha coinvolto al tavolo anche persone che non sono professionisti dell’ambito, ma che in passato hanno collaborato con loro, mettendo a punto un know-how in materia che ora vogliono mettere a disposizione degli altri.
Si parte dalla scuola di Chiari
Il banco di prova più adatto, ma anche più complicato, non poteva essere che la scuola. Di più: l’ambiente sempre più complesso e sfidante di un corpo docente della scuola pubblica italiana. Il progetto, sposato in pieno dal preside dell’Istituto comprensivo di Chiari, è partito proprio dalle scuole cittadine, con una serie di incontri dedicati agli insegnanti. Obiettivo: insegnare agli insegnanti e alle insegnanti a riconoscere e a capire le proprie emozioni, quando devono gestire situazioni di conflitto dentro e fuori la classe, per poi capire come gestire questi momenti nel modo più utile. Gli incontri sono ancora in corso, mentre «La scuola delle emozioni» si propone, nei prossimi mesi, di ampliare il proprio raggio di azione anche ad altri settori, come le aziende interessate a offrire al proprio team uno strumento in più per gestire lo stress sul posto di lavoro, ed allontanare il rischio, sempre più quotidiano, del burn-out.
«Un percorso sull’intelligenza emotiva a scuola risponde a esigenze plurime, prima fra tutte la necessità di creare un clima positivo all’interno della realtà scolastica e di favorire il benessere personale, aiutando a prevenire la gestione dei conflitti e le possibili situazioni di disagio – ha spiegato il preside dell’Ic Nicola Bertolucci, che ha subito sposato il progetto proposto dall’associazione – Saper riconoscere e regolare le proprie emozioni è fondamentale per adulti che fungono da modelli educativi. Inoltre comunicare in maniera efficace, assertiva e rispettosa, e ascoltare attivamente ed empaticamente migliorano le relazioni in primis con gli studenti, e di riflesso producono benefici per l’intera comunità scolastica. La competenza emotiva dell’adulto, dunque, contribuisce al miglioramento della qualità relazionale».
Il ruolo dell’insegnante cambia e aumenta il carico emotivo
Una strategia che d’altra non fa bene solo agli studenti, ma agli stessi insegnanti che sono a loro volta sempre più spesso a rischio burn-out.
«Il ruolo del docente è cambiato in quanto, oltre all’insegnamento delle discipline, è richiesta una gestione quotidiana di dinamiche emotive e relazionali sempre più complesse, tali da aumentare il carico emotivo degli adulti di riferimento, in questo caso gli insegnanti – ha continuato Bertolucci – Il cambiamento richiede competenze nuove, tra cui spicca la gestione del conflitto. Il compito apicale-dirigenziale è riconoscere questo cambiamento e accompagnare i docenti con strumenti adeguati, prevenendo situazioni di sovratensione e tutelando la qualità del lavoro formativo».