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Marta Chioda si racconta ne "Il ruggito della fragilità"

Dalla comparsa della malattia, fino alla diagnosi e alla capacità di ruggire. La storia di chi, nonostante tutto, sceglie di amare la vita.

Marta Chioda si racconta ne "Il ruggito della fragilità"
Attualità Bassa, 30 Aprile 2022 ore 18:48

di Federica Gisonna

C’è un prima e un dopo. Ma è quello che capita in mezzo che, troppe volte, non possiamo nemmeno immaginare. Accade che una mattina ti svegli, dai un bacio volante, e forse abitudinario, a tuo marito che sta andando al lavoro e poi, improvvisamente, capisci che non hai nemmeno la forza di alzarti dal letto.
Inizia così un calvario, o come lei stessa la definisce, una salita al Golgota, e la vita cambia. Completamente.  La malattia, però, colpisce le persone, sicuramente le cambia, ma non le definisce. Soprattutto se queste, come Marta Chioda, una vera leonessa, sanno reagire (nonostante le paure e i giorni no) e decidono di essere più forti di tutto, di lottare.

Marta Chioda si racconta ne "Il ruggito della fragilità

Ci conosciamo da una vita io e Marta e nel racconto di questa storia altro non siamo che due amiche al bar. A piangere, infatti, sono più io di lei. Altro che punta di piedi, in questa intervista ci sono entrata con tutte le mie lacrime che, come in un mondo che va al contrario, è stata lei a cullare.
Marta ha 32 anni, è donna, figlia, moglie e professoressa appassionata. Per lei, esiste un "a.C" e un "d.C" dove "C" sta per "Caos". Ma questo caos ha un nome: sclerosi multipla. E’ il 9 aprile del 2021 quando Marta entra in ospedale sorretta da mamma Alida. La rivedrà, insieme al papà, a suo marito, all’amatissima nonna e tanti amici, solo 50 giorni dopo.  Con lei, nei suoi giorni più scuri, aveva soltanto le "note" del cellulare e, poi, un quaderno. Su questi, nonostante il dolore, ha appuntato parole, pensieri e lacrime. Questi, oggi, sono "Il ruggito della fragilità", il suo primo libro (Marco Serra, Tarantola Editore).

La storia di Marta

C’è una data che mai potrà essere dimenticata. E no, non è quella in cui hanno dato un nome alla malattia. Tutto è iniziato qualche settimana prima.
E’ il 9 aprile del 2021, pieno periodo Covid, è bene sottolinearlo.

Ero a casa in malattia, ipocondriaca dalla nascita, da qualche giorno avevo uno strano formicolio alla gamba sinistra. Si era pensato a un’ernia. Mi erano stati prescritti lastra e accertamenti. Intorno alle 6.30 avevo salutato Thomas. Un bacio veloce, prima di andare al lavoro. Quasi abitudinario. Chi se lo aspettava che, da vicino, avrei rivisto mio marito quasi due mesi dopo.

La 32enne era rimasta nel letto, ancora un po’ nella quiete. Poi, quando aveva provato ad alzarsi, il terrore.

La gamba sinistra ha ceduto. Cercavo di sentire il pavimento, lo vedevo ma non lo percepivo. Avevo anche provato a pizzicarmi, in realtà lo facevo già da qualche giorno, ma in quel momento, anche se avrei voluto sentire male, il nulla. Ansiosa per vocazione, mi feci prendere dal panico.

Il dopo, Marta, lo ricorda perfettamente. In ogni dettaglio. La chiamata ai genitori per essere accompagnata in ospedale, anche su consiglio di un carissimo amico cardiologo ("fatto di cuore e anima", come dice lei) e il messaggio al marito, "Ciao amore, mi faccio portare dai miei al pronto soccorso. Ti tengo informato. A stasera, con doppi abbracci e tanto cioccolato". Mai si sarebbe potuta aspettare quello che stava succedendo.  Confusa, sorretta alla madre, la giovane entrò in ospedale. Codice giallo, visite, analisi, tamponi, anamnesi. Nel libro, così come nel racconto di Marta, è tutto così nitido.

Non c’era la diagnosi, c’ero solo io impaurita. Mi hanno bombardato di domande, allergie, problemi. Ero stanca e non sentivo la parte sinistra del mio corpo.

Risonanza con contrasto (nonostante la claustrofobia), rachicentesi (per ben due volte e con un dolore atroce), ma prima di arrivare alla diagnosi, ne sono passati di giorni. Giorni di dolore, di paura. Giorni senza un abbraccio perché con il Coronavirus, in ospedale, si è soli. Senza i proprio affetti. Eppure Marta, in quei lunghi giorni senza sonno (senza mai prendere le gocce pur di rimanere lucida) ha conosciuto persone che le sono state vicine e, proprio le chiacchiere con alcune di queste le hanno permesso di dormire solo per qualche ora.  Nuda e cruda, la giovane racconta il percorso alla scoperta della malattia, ma anche la necessità di lavarsi i capelli e di farsi una doccia, la vergogna e il fatto di imparare a chiedere aiuto. E proprio un selfie, mandato alla famiglia, con i capelli da poco lavati "tipo leone" e tanto di emoticon ha dato vita a quello che poi Marta è diventata. Una leonessa, come il simbolo di Brescia, capace di ruggire anche nella difficoltà. Nelle pagine che seguono, la giovane racconta il rifugio nella fede, dei giorni in cui nemmeno riusciva a muoversi, di come anche due passi verso il bagno potevano sembrarle una vittoria, dei sorrisi di chi le ha teso una mano e anche del momento in cui, per la prima volta, le è stata nominata da un equipe di medici una "malattia demielinizzante".

E’ venerdì, il 16 aprile del 2021. "Dottore, ho un tumore?". E’ questo ciò che chiese. "No". La secca risposta che anticipò il nome di un centro e la «malattia demielinizzante». Poi, quando tutti uscirono dalla sua stanza, digitò quelle parole sul cellulare.

Sclerosi multipla è quello che apparve sul mio schermo. E io pensai di aver sbagliato. Avevo anche cancellato e ridigitato. Perché non chiamare le cose con il loro nome? Dissi a Thomas che aveva “puntato sul cavallo sbagliato” e lui mi riassicurò, nonostante la paura. Poi chiamai mamma e papà. Non gli ho mai nascosto nulla. In quel momento, almeno, avevo una diagnosi. La mia malattia iniziò ad avere un nome e una direzione.

La notte seguente, la 32enne scoprì che il medico di turno lavorava nel centro che le era stato nominato e da lui, con tanta umanità, ma anche razionalità e senza menzogna, riuscì ad avere tante risposte alle domande che si erano annidate nella sua testa. E’ finalmente, si addormentò.  Nel libro, non si fanno nomi. O almeno, ce ne sono pochissimi. Viene nominato Matteo, il fratello portato via troppo presto dalla fibrosi cistica, viene citato Andrea, un amico strappato alla vita in un incidente stradale nel primo pomeriggio d’estate e l’amatissima nonna, Angela. Tre persone con le quali Marta ha un legame indissolubile e che l’hanno, certamente, fatta mettere in discussione. Con il primo, infatti, ha sempre sentito una connessione, data anche dai racconti di mamma Alida. Il secondo, invece, che in quel 21 giugno del 2020 non ha avuto scampo, le ha dato modo di capire che, seppure con tutte le sue fragilità, era ancora viva e una leonessa pronta a lottare, e poi, la nonna. Lei che con i suoi bigliettini non l’ha mai lasciata sola, che come tanti amici, colleghi e alunni, e soprattutto la sua amatissima famiglia, anche nel dolore, ha saputo trovare i più svariati modi (e peluches) per esprimere vicinanza. Con il trasferimento in un centro specializzato per la fisioterapia è poi stato possibile vedere i cari da una finestra, ma anche incontrare (dopo mille tamponi negativi) gli altri ospiti con i quali sono stati intrecciati rapporti profondi e veri più che mai. Poi, dopo 50 giorni, giovedì 28 maggio, Marta è tornata a casa. "Con le ali spezzate, ma ricucite dalla psicologa" e consapevole delle difficoltà che avrebbe dovuto affrontare, ma pronta ad abbracciare tutti i suoi cari, a vivere la vita.

Il ritorno a casa

E anche tornare a casa, di certo non è stato facile. Marta si è creata delle nuove abitudini, fatte anche dai "pit stop" in ospedale, dagli esercizi a casa, dalle cure farmacologiche e dalla fisioterapia (2per me come ossigeno") che non potrà mai evitare o trascurare. Poi, ha dovuto lottare con una burocrazia e con una sanità nazionale che talvolta ti fa attendere mesi per un vaccino o per l’inizio di un percorso in una struttura riabilitativa. E, soprattutto, tutti i giorni porta con se una carta di esenzioni che dice "validità illimitata". E non è facile. Lei, adesso, è a tutti gli effetti una "paziente fragile". Ma si è ripresa la sua vita ed è anche tornata ad insegnare ("coccolata da persone che mi hanno tanto aiutata senza che io chiedessi nulla e dai miei ragazzi").

Quanto ho pianto in questi mesi. Quante volte ho pensato di non farcela. Ho imparato a gioire delle piccole cose, passo per passo. Un po’ come quelli che ho dovuto fare per imparare di nuovo a camminare. Ma hai presente che vuoi dire ricominciare a fare un passetto dopo l’altro? Chi poteva immaginare che fosse così difficile. Ho iniziato ad accogliere un progresso alla volta e a prendermi il mio tempo nei giorni “no”. Ho conosciuto persone incredibili, anche fisioterapisti, che mi hanno dato una mano incredibile. Che mi hanno rimessa letteralmente in piedi. Oltre alla mia famiglia, meravigliosa e che non smetterò mai di ringraziare, in riabilitazione ne ho incontrata una nuova. Ho preso in mano le redini della mia vita che, nonostante tutto, è ancora mia ed è meravigliosa. E no, non lo so come andrà. Ma so che è una sola e che non mi va di buttarne via nemmeno un secondo. Sono forte, e fragile, ne sono consapevole.

E quella "C" di "Caos", nel libro dove Marta si racconta senza filtri tramite quegli appunti presi sparsi qua e là, si è tramutata adesso di una "Consapevolezza" ritrovata e nell’amore per la vita.

La biografia

Marta Chioda è nata il 12 dicembre del 1989 a Brescia. Nella notte prima di Santa Lucia.  Figlia di Pierangelo e Alida Potieri, attuale sindaco, è cresciuta a Comezzano - Cizzago. Dal 2017 è sposata con Thomas e, insieme, vivono a Chiari.  Laureata con lode in Filologia moderna all’Università del Sacro Cuore di Brescia, è docente di lettere scuola secondaria di secondo grado "Vincenzo Dandolo", situata a Bargnano di Corzano. Iscritta all’albo dei giornalisti (nell’elenco dei pubblicisti) in passato ha lavorato con il nostro giornale, il ChiariWeek, e da diversi anni collabora con "Il Giornale di Brescia".

Marta, 32 anni, è un’amante dei girasoli, una "coltivatrice di sogni" e, soprattutto, per sua stessa ammissione, mette anima e cuore in tutto ciò in cui crede fermamente. Incluse le relazioni umane. Nel suo libro, "Il Ruggito della fragilità", stampato nel marzo 2022, da Marco Serra, Tarantola Editore (Brescia), la giovane si mette a nudo e racconta il prima e dopo del caos chiamato sclerosi multipla, la malattia demielinizzante con la quale sta imparando a convivere.
La diagnosi, però, non è arrivata subito, ma dopo che Marta è stata letteralmente "ribaltata come un calzino" in un periodo di sofferenza aumentata dal Coronavirus che nei 50 giorni di ospedalizzazione e fisioterapia, l’hanno costretta a stare lontana dai suoi cari: dai genitori, da Thomas, dalla nonna Angela, dai suoi ragazzi e da tanti amici che, ognuno come poteva, hanno trovato il modo di starle vicino mentre lei imparava ad affrontare la sua fragilità e il suo dolore. In settimane nelle quali lei capiva come ruggire come una vera leonessa, anche simbolo della nostra Brescia.

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