TESTIMONIANZA

Sospesi nel pieno del lockdown: la storia di una famiglia di bresciani residenti in Cina GALLERY

Da 7 anni in Cina hanno affrontato controlli per l'immigrazione straordinari al rientro e tuttora, come tutti i residenti, sono monitorati costantemente nei movimenti.

Sospesi nel pieno del lockdown: la storia di una famiglia di bresciani residenti in Cina GALLERY
Brescia, 31 Agosto 2020 ore 08:30

Sospesi nel pieno del lockdown: la storia di una famiglia di bresciani residenti in Cina. Ecco come cambia la quarantena a distanza di 9mila chilometri.

di Valentina Pitozzi

Sospesi nel pieno del lockdown: la storia di una famiglia di bresciani residenti in Cina

Dopo averlo vissuto sulla propria pelle, tutti conosciamo bene le sensazioni che possono scaturire da un lockdown causato da una pandemia. Ma cosa significa affrontare la quarantena in due Paesi diversi?

Ce l’hanno raccontato Athina Ferpozzi e il marito Michele Pezzetti, expat (espatriati italiani residenti all’estero) in Cina da 7 anni con i figli Penelope e Achille.

Tutto è cominciato il 28 gennaio, quando la famiglia è partita da Shangai per un viaggio in Italia che sarebbe dovuto durare un paio di settimane.

“La città così come l’aeroporto (di Pudong, ndr) erano vuoti – ha spiegato la coppia – È piuttosto normale durante il Capodanno cinese, ma non avevamo mai visto una simile calma”.

Arrivati in Italia sono stati travolti da centinaia di domande sul Coronavirus. “In realtà non si respirava ancora una situazione di pericolo quando siamo partiti – ha proseguito Athina – Atterrati in Italia ci siamo messi in autoisolamento, anche se in quel periodo non esistevano ancora procedure sanitarie da rispettare, come confermato da Ats”.

L’8 marzo, però, il Governo italiano annuncia lo stato di emergenza e tutti i voli cominciano a essere cancellati. “Abbiamo riprogrammato il viaggio di rientro in Cina ad aprile; ma quella che doveva essere una breve sosta in Italia si è rivelata un viaggio durato tre stagioni” ha scherzato Athina.

Gestione differente

È importante sottolineare che il lockdown, in Italia e in Cina, è stato gestito in maniera differente. Nelle maggiori città del Paese asiatico, già all’inizio, si sperimentava la quarantena centralizzata con telecamere poste dal Governo all’ingresso di casa per evitare che le persone uscissero. Chi rientrava dall’estero, invece, veniva messo in strutture designate per 14 giorni.

“Tornare in quella che noi consideriamo casa non è stato facile – hanno ricordato i coniugi – Il 28 marzo la Cina ha bloccato l’ingresso e l’uscita dal Paese a chi non avesse passaporto cinese. Il nostro volo era ufficialmente cancellato e ci siamo trovati in un limbo. A quel punto ci hanno spiegato che serviva una ‘PU letter’, un documento rilasciato dal Fao del nostro distretto, per rientrare”.

La lettera, di fatto, era una garanzia delle prime 500 aziende “Made in China” con il più alto fatturato annuale per i propri dipendenti nei confronti dello Stato e in quel periodo ha sostituito il permesso di residenza e di lavoro (anche se attivi).

“Conosciamo molte coppie miste, in cui solo la persona nata in Cina aveva diritto a muoversi e a viaggiare – ha evidenziato Athina – Ci sono ancora famiglie che non sono riuscite a riunirsi: il Governo italiano ha sempre dimostrato sensibilità, mentre quello cinese è più rigoroso”.

Come ha fatto, quindi, la famiglia bresciana a raggiungere la propria casa a Pudong, nell’area di Shangai?

“Quando la situazione, a luglio, si è sbloccata la Camera di Commercio e l’Ambasciata italiana hanno cominciato a organizzare voli charter per consentire un rientro in sicurezza” ha spiegato la 29enne. Volare con le compagnie tradizionali, infatti, non era ancora sinonimo di certezza, dati gli scali.

“C’è chi ha speso fino a 12mila euro prenotando privatamente, senza poi partire perché i voli venivano annullati all’ultimo” hanno rivelato.

Il momento della partenza

Arrivato il momento della partenza, a fine luglio, sono 250 i passeggeri sull’aereo: tutti sottoposti al tampone naso-faringeo.

“Siamo atterrati a Tianjin, a 1000 km da casa, dove il Governo cinese aveva organizzato il rientro nei minimi dettagli – ha ripercorso Athina – Appena atterrati sono saliti sull’aereo alcuni infermieri ed interpreti che ci hanno fatto scendere a scaglioni per evitare assembramenti”.

In aeroporto, invece, era stata adibita un’ala con 8 postazioni dove affrontare l’eccezionale iter per l’immigrazione.

“Ci hanno chiesto una mole non indifferente di documenti e anche qui ci siamo sottoposti al tampone – ha specificato la giovane – Abbiamo riscontrato grande precisione ma anche molta gentilezza”. Da lì, dopo diverse ore di attesa, la famiglia è partita con un autobus designato alla volta dell’hotel che il Governo aveva scelto.

“Eravamo scortati dalla Polizia e viaggiavamo con le quattro frecce – ha raccontato Athina – Tutto nel rispetto di altissimi standard igienico sanitari; basti pensare che le valige avevano fatto un percorso diverso per essere igienizzate a fondo”.

 In hotel

“Avevamo preparato tutto per rientrare al meglio – ha illustrato la flerese – Dotati di AppleTV abbiamo organizzato serate karaoke e guardato film poi, per grande sorpresa dei bambini, ogni giorno si estraeva da una valigia ‘segreta’ un nuovo giocattolo. Questo per fargli vivere l’esperienza con divertimento e leggerezza”.

Chi sta rientrando ora in Cina sta vivendo lo stesso trattamento, ma all’interno delle proprie case. Purtroppo, però, non tutti hanno potuto farvi ritorno: chef, artisti, studenti e professori sono i grandi esclusi dalle operazioni di rimpatrio.

Chi è riuscito a tornare come Athina, Michele, Penelope e Achille, comunque, non può ancora uscire dal proprio distretto. “I bambini non potrebbero cominciare la scuola, altrimenti – ha approfondito la ragazza – Siamo liberi di circolare senza mascherina purché nella nostra circoscrizione”.

Un’App per tracciare

Non solo. Tutti i residenti cinesi hanno l’obbligo di scaricare l’app del dipartimento in cui si trovano che, dotata di QR Code, traccia gli spostamenti e aiuta a capire la localizzazione del virus e di eventuali nuovi focolai.
Va mostrata agli operatori del Governo che monitorano in maniera certosina la situazione.

Rientro dolce amaro

Un rientro sicuramente non privo di peripezie quello di Athina, Michele e dei figli Achille e Penelope, che ora sono pronti a ripartire con la vita “di sempre”.
La famiglia, infatti, non sa quando potrà uscire da Pudong senza che questo abbia ripercussioni sulla quotidianità (come anticipato i bambini dovrebbero stare a casa da scuola) e ha riscontrato in più momenti le forti diversità tra Italia e Cina.

“Sono contenta di venire da un Paese inclusivo come l’Italia – ha chiuso la giovane donna – Molte persone sono state accolte come fossero stranieri e, magari, sono qui da oltre 15 anni. Per tutti noi è stato frustrante riscontrare difficoltà nel tornare in quella che consideriamo casa. Dato il clima che aleggiava temevamo anche ripercussioni a livello sociale con episodi di emarginazione: fortunatamente non si sono verificati”.

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