Una casa costruita con i sacrifici di una vita, un terreno progressivamente stretto tra espropri, cantieri, vincoli e nuove infrastrutture. E una domanda elementare alla quale, dopo anni di incontri, PEC e accessi agli atti, nessuno sembra ancora voler rispondere: che cosa resterà davvero della proprietà di Laura Corsini? Ex presidente del Comitato cittadini di Calcinato, Corsini non ha mai smesso di battersi contro le conseguenze della linea ferroviaria ad alta velocità.
Tanti progetti, nessuna certezza
Non soltanto contro l’opera, che ha sempre giudicato inutile, ma soprattutto contro un sistema nel quale il cittadino colpito sembra costretto a inseguire da solo enti, progettisti e amministratori per conoscere il destino della propria terra.
“Le ideologie possono avere un percorso. Il diritto di chi viene espropriato ne deve avere un altro, fatto di regole, trasparenza e tutele – afferma –. Non si tratta semplicemente di essere favorevoli o contrari a un’opera. Si tratta di avere a disposizione tutti gli strumenti che la legge italiana garantisce all’espropriato e a tutela della salute pubblica”.
Quando, nel 1996-1997, la famiglia costruì l’abitazione, la TAV era ancora un’ipotesi. Il Comune non impose vincoli: l’area era classificata come zona di completamento. Nel tempo il terreno è stato trasformato urbanisticamente in area agricola, poi è arrivato il vincolo ferroviario. Anche il tracciato è cambiato: inizialmente avrebbe dovuto correre più vicino all’autostrada, mentre la variante lo ha avvicinato ulteriormente alla casa, oggi distante meno di settanta metri dall’opera. A questo si sono sommati tre anni di polvere, rumore, mezzi pesanti, stress e spese per assistenze tecniche e legali. Ma il punto più controverso riguarda una strada della quale, ancora oggi, Corsini dice di non conoscere né l’estensione definitiva né la futura funzione. Nel 2016, durante l’Amministrazione guidata da Marika Legati, venne ipotizzata una nuova viabilità destinata a raggiungere la WTE evitando via Gavardina. Il progetto non proseguì, anche per il mancato consenso di un agricoltore interessato dal tracciato. Nel report dell’incontro del 4 agosto 2017 tra Comune, Italferr e Cepav Due, successivamente recepito dalla Giunta comunale con la delibera 94 del 26 settembre, tra le modifiche e le opere compare però anche una “pista di cantiere” nell’area dell’interconnessione di Brescia Est. Un percorso che presenta una forte somiglianza con quello della strada precedentemente ipotizzata per servire la WTE.
Tante domande, nessuna risposta
Era lo stesso progetto recuperato sotto un’altra forma? Oppure la pista risponde esclusivamente alle necessità del cantiere ferroviario? I documenti finora disponibili non consentono di affermare che quella viabilità sia stata inserita per favorire l’azienda. Consentono e impongono, però, di rivolgere una domanda precisa a chi la propose, la chiese e l’autorizzò. Una domanda diventata ancora più pesante dopo la vicenda giudiziaria che ha coinvolto WTE: nel 2021 furono sequestrati gli impianti di Calcinato, Calvisano e Quinzano d’Oglio nell’ambito dell’inchiesta su 150mila tonnellate di fanghi trattati e distribuiti illecitamente sui terreni agricoli del Nord Italia. Nel marzo 2025 l’amministratore della società è stato condannato in rito abbreviato a un anno e quattro mesi per traffico illecito di rifiuti (a cui ha fatto ricorso e si attende l’esito), mentre per altri imputati il procedimento è proseguito. Il progetto stradale precede i fatti oggetto del processo ma resta tuttavia intatta la questione politica: per quale interesse pubblico venne concepita quella viabilità? Perché il Comune non chiarisce quale uso intenda farne? E perché una cittadina direttamente coinvolta non riesce ancora a ottenere risposte? Nelle tavole consegnate a Corsini si legge che la strada sarà realizzata «esclusivamente con finalità di pista di cantiere» e che, una volta completati i lavori, verrà lasciata in carico al Comune di Calcinato, al quale spetterà determinarne la destinazione. In caso di apertura al traffico, sempre il Comune dovrà provvedere alle barriere di sicurezza e alla segnaletica.
“Se la strada passerà al Comune, che ne determinerà l’uso, come è possibile che oggi nessuno sappia spiegarmi quale sarà la sua finalità? – domanda Corsini –. La portata e le caratteristiche di una strada non possono essere decise dopo che è stata costruita”.
Nel 2022 è arrivata un’ulteriore comunicazione di occupazione temporanea: su una parte del terreno, nel frattempo diventata una fascia boscata e una protezione naturale dalla ferrovia, dovrebbe essere realizzato un fosso irriguo. Poco dopo il Consorzio Roggia Desa ha comunicato che, entro quattro metri dal fosso, non sarà possibile piantumare. Il risultato rischia di essere una proprietà ridotta a una striscia frammentata, difficilmente utilizzabile e con inevitabili conseguenze anche sul valore dell’abitazione. Ad aggravare la vicenda è il fatto che la stessa Corsini non abbia ancora ricevuto una rappresentazione definitiva delle superfici occupate temporaneamente, di quelle espropriate e di quelle che le verranno restituite, con quali vincoli e in quali condizioni.
La sua cronologia registra almeno otto PEC solo tra luglio 2024 e aprile 2026, solleciti, incontri e richieste di accesso agli atti. Per ottenere fotocopie di documenti risalenti al 2014 ha dovuto versare anche 25 euro. L’ultima richiesta del Comune è arrivata il 21 maggio 2026, ma il quadro, denuncia, rimane incompleto.
“Non ho bisogno di parole, ne ho ascoltate anche troppe. Ho bisogno di carte. Quante PEC devo ancora inviare?”.
È qui che il caso individuale diventa un problema istituzionale. Il compito di un Comune non può limitarsi a prendere atto delle decisioni del general contractor e a indirizzare il cittadino da un ufficio all’altro. Sindaco e assessori, ieri come oggi, hanno il mandato di difendere gli interessi della comunità, pretendere risposte da Cepav Due e RFI e verificare che le compensazioni siano realizzate correttamente. Invece, mentre i cantieri procedono, il bilancio sul territorio resta pesante. Il nuovo canile è terminato ma ancora fermo e vuoto; in via Campagna (direzione canile) la carreggiata è talmente ridotta da richiedere una regolazione semaforica; via Cavour a senso unico, ha un sottopasso ristretto che richiederà anch’esso regolazione a semaforo, la ciclopedonale di via Rovadino, presentata come una delle opere qualificanti, è ancora incompleta e nel lungo tratto esposto al sole non risulterebbero previste piantumazioni mentre quella di via Cavour ancora non è iniziata. La rotatoria destinata a sostituire il semaforo di Ponte San Marco continua ad attendere. Corsini, rimasta da poco vedova, oggi porta avanti da sola una battaglia che avrebbe dovuto trovare nel Comune il primo sostegno.
“Penso a tutto il lavoro e alla fatica che mio marito ha dedicato alla costruzione di questa casa. Non intendo svenderla a chi ha pensato di poterci trattare come persone incapaci di conoscere e difendere i propri diritti. Non chiedo privilegi. Chiedo trasparenza, risposte e rispetto della legge”.
È la richiesta minima che uno Stato, un general contractor e un’Amministrazione comunale devono garantire. Perché una grande opera pubblica non può diventare il meccanismo attraverso il quale i diritti di chi vive su quella terra vengono progressivamente ridotti, fino a diventare invisibili.