Chiari, Sandrini Metalli, Legambiente alza la voce: “Preoccupano emissioni e sicurezza”. Il progetto si trova a ridosso dell’abitato e del polo scolastico, la Provincia ha aperto il riesame dell’Autorizzazione unica ambientale.
L’allarme sull’impatto ambientale
Torna ad accendersi il confronto sull’ampliamento della Sandrini Metalli di Chiari. Questa volta al centro della discussione non c’è soltanto il consumo di suolo legato alla nuova struttura produttiva, ma soprattutto l’impatto ambientale e le possibili ricadute sulla salute e sulla sicurezza di chi vive nelle immediate vicinanze dell’impianto. A sollevare nuovamente il caso è il circolo Legambiente Chiari Ovest-Bresciano, che ha analizzato la documentazione relativa alla nuova linea destinata alla produzione di pannelli sandwich. Il progetto prevede una capacità produttiva di circa 16mila tonnellate di pannelli all’anno, affiancando alla tradizionale lavorazione delle lamiere una nuova attività legata alla produzione e all’incollaggio del poliuretano. Un passaggio che, secondo gli ambientalisti, introduce nello stabilimento l’utilizzo di sostanze chimiche che richiedono particolare attenzione.
“Trecentosettanta tonnellate di n-pentano usato come espandente che non entra nella reazione chimica e il 90-95% finisce in atmosfera. A queste si aggiungono, altre 200 tonnellate di primer Daltopir 44220, che contiene ulteriori solventi.- scrive il vicepresidente del circolo, l’ingegner Federico Lorini – Da qui la richiesta di chiarire se le misure previste siano sufficienti a garantire che l’attività non produca conseguenze sulla salute pubblica”.
Emissioni, solventi e sostanze sotto osservazione
Uno dei punti contestati riguarda l’Autorizzazione unica ambientale rilasciata dalla Provincia di Brescia, la numero 536 del 12 febbraio 2024. Per le emissioni provenienti dai camini E2 ed E3, il provvedimento stabilisce un limite generale di 50 milligrammi per metro cubo di solventi organici volatili. Secondo Legambiente, però, non sarebbero stati fissati limiti specifici per isocianati e ammine, né quantitativi massimi annuali. Tra le sostanze impiegate nel processo viene inoltre indicata la dimetilcicloesilammina, definita dall’associazione un: “catalizzatore noto per il forte odore e per la tossicità all’inalazione”. Nel mirino finiscono anche alcuni elementi che, secondo gli ambientalisti, non sarebbero presenti nell’AUA vigente: dal bilancio di massa alla verifica della direttiva solventi, passando per i monitoraggi, la modellazione della dispersione degli inquinanti, il controllo delle emissioni odorigene e una valutazione sanitaria da parte dell’Ats. Particolarmente significativo, secondo Legambiente, sarebbe poi il precedente parere di Arpa, che al termine dell’iter del Suap aveva espresso una valutazione di incompatibilità ambientale. Un parere non vincolante, ma che per il circolo rappresenta un elemento da non sottovalutare soprattutto considerando la collocazione dell’impianto, a ridosso dell’abitato e nelle vicinanze di scuola, parco e attività agricole.
La Provincia riapre il fascicolo
Il confronto, intanto, è entrato in una nuova fase. Dopo le segnalazioni presentate nei mesi scorsi e la nota trasmessa da Legambiente Lombardia il 31 luglio, la Provincia ha avviato il riesame dell’autorizzazione ambientale. A Sandrini Metalli è stata richiesta entro il 15 settembre una relazione tecnica che dovrà approfondire diversi aspetti del processo produttivo. Tra le richieste figurano l’analisi stechiometrica della schiumatura, il bilancio di massa del pentano, compreso quello relativo alla fase di pressatura a caldo, e una proposta per individuare con maggiore precisione gli inquinanti da ricercare ai camini. L’obiettivo è arrivare a una possibile ridefinizione dei limiti emissivi, considerando nello specifico pentano, isocianati e ammine. Per Legambiente, dunque, la partita non può essere affrontata soltanto sotto il profilo urbanistico. Il circolo chiede che il riesame venga riportato in Conferenza dei Servizi e che il Comune affronti pubblicamente la questione in Consiglio comunale, valutando le possibili ricadute sull’intero quartiere e sulle realtà che circondano l’impianto.
“In passato un’insalubre di prima classe non si sarebbe potuta collocare in aderenza al centro abitato.- osserva Lorini – Ora la richiesta è quella di massima trasparenza su emissioni, sicurezza e controlli. Perché, secondo gli ambientalisti, con una scuola, abitazioni, parco e cascine a pochi passi, la domanda sull’impatto del nuovo stabilimento riguarda direttamente la comunità clarense”.