Sam Delacroix vola in Tanzania per regalare la musica ai bambini.
Vola in Tanzania: la storia di San Delacroix
Il potere della musica è quello di essere un linguaggio universale che unisce popoli, culture e territori, senza distinzioni. E la musica può essere anche strumento per crescere, creare consapevolezze e regalare momenti di spensieratezza: così è stato per Sam Delacroix, nome d’arte di Samanta Robecchi, cantante, musicista, cantoterapeuta e insegnante, che ha vissuto un’esperienza di volontariato con la sua musica in un villaggio in Tanzania.
«Erano tanti anni che volevo fare questa esperienza ma non trovavo il progetto che potesse ispirarmi, volevo trovare qualcosa di nuovo, da costruire e quindi per caso ho incrociato la pagina Instragram di questa maestra Greta Mion che dopo aver fatto un anno di servizio civile li ha preso in mano questo progetto, che si chiama Nuru Home in Tanzania – ha spiegato Sam – qui accoglie tramite i servizi sociali i bambini orfani o che sono stati venduti e anche le mamme che hanno subito violenza. Mi sono inserita in questo progetto ho fatto formazione e poi sono partita per 17 giorni».
Un progetto che vede questo centro per bambini sorgere a fianco di un villaggio della Tanzania dove vivono circa 3mila persone.
«Durante la mia permanenza per alcune ore del giorno ho dato una mano a ristrutturare la scuola già esistenze del villaggio – ha spiegato Sam – siamo state le prime “bianche” ad entrare in questo villaggio, non era mai entrato nessuno e il primo approccio è stato un po ostico ma poi hanno preso fiducia. Poi mi sono occupata dei bambini della scuola primaria, con una formazione in musica e canto mentre il pomeriggio andavo da alcuni dei bambini che hanno delle disabilità e che non possono entrare a scuola perché non vengono accettati o queli che non potevano permettersi la divisa. La musicoterapia con i bambini qui in Tanzania permette di lavorare sulla percezione di se stessi e del loro corpo oltre che con le note e il ritmo».
Un’esperienza unica
Una realtà lontana dal centro abitato, circondata da foresta dove le persone vivono solo all’interno del villaggio o escono pochissimo.
«E’ stato molto bello vedere questi bambini che non avevano mai visto un bianco accettare la mia presenza, un insegnante esterno – ha raccontato – La cosa meravigliosa è stata vedere la differenza tra i bambini che non hanno nemmeno un quaderno su cui scrivere ma una grande attenzione verso quello che gli stai insegnando e una realtà come la nostra. Ho già idea di tornare, perché è proprio vero che esiste il “mal d’Africa”: dopo un viaggio in quella terra non riesci più a vivere la quotidianità come prima. Per cui l’idea è quella di ritornare: ho in programma un evento musicale in primavera a teatro per raccogliere fondi per aiutare questi bambini perché quando li lasci ti senti di aver fatto poco per loro anche se per loro era tanto».
Oltre ai bambini e alla scuola Sam, partita insieme ad altre due colleghe, ha potuto vivere anche la quotidianità del villaggio.
«La loro scuola arriva fino alla sesta poi lì in zona non c’erano altre scuola e le secondarie sono lontane, quindi i bambini vanno a lavorare – ha raccontato – abbiamo provato a vivere, mangiare e dormire come fanno loro in capanna, avendo poca acqua, quasi niente elettricità e provando a capire la giornata delle donne, soprattutto le mamme che avevano tanti figli. Sono andata con loro nei campi di anacardi. Mi sono affezionata ad una bambino che aveva 11 anni e gli ho chiesto cosa volesse fare dopo la scuola e lui mi ha detto voglio andare a lavorare. Per loro la vita è quella».