C’è un appuntamento fisso orma da anni al Santuario di Comella a Seniga. Un appuntamento fortemente voluto dal parroco don Alessandro Lovati che vuole essere un aiuto per chi vive nelle sofferenza.
Una testimonianza importante
La Giornata del malato, che si svolgerà sabato 13 e domenica 14, è dedicata a chi è stato investito da una diagnosi senza scampo, a chi con la sofferenza convive ogni giorno e sa che da quella sofferenza non c’è ritorno.
“Ogni malato appena ha la diagnosi pensa a guarire – ha sottolineato il parroco – Ma da alcune patologie non c’è guarigione, qui la sofferenza diventa senza ritorno. Ecco il motivo di questa giornata dove faremo tre funzioni speciali con la benedizioni degli infermi con le reliquie di Padre Pio e accenderemo un faro sui malati e sulle loro famiglie”.
Le funzioni si svolgeranno sabato 13 alle 16 e domenica 14 alle 9,30 e alle 16, in queste ci sarà l’incontro con Angelo Bernocchi, operatore socio sanitario nell’Rsa Brescia solidale Onlus a San Polo, Brescia. Angelo ha un’esperienza decennale e la forte fortissima convinzione che questo lavoro si sceglie con amore e passione.
Di quali pazienti si occupa nell’Rsa?
“Nel reparto dove lavoro si trovano 5 malati con la Sla, sclerosi laterale amiotrofica, e 15 in stato vegetativo. Respirano grazie d una macchina: hanno un tubo direttamente inserito nella trachea e mangiano con la Peg, un tubicino che entra direttamente nello stomaco. Abbiamo pazienti di tutte le età, il più giovane ha 24 anni e si trova in stato vegetativo in seguito ad un incidente”.
Come si riescono ad affrontare situazioni così da un punto di vista professionale e umano?
“Ci deve essere una scelta di volontà, una scelta vera come una specie di vocazione. Faccio questo lavoro da 23 anni quindi ho un po’ di esperienza: è molto dura a livello emotivo, devi usare tutto quello che hai nel tuo bagaglio personale, qui c’è una sofferenza che ti guarda, a volte con gli occhi aperti, a volte con gli occhi chiusi. Sono lì con una comunicazione non verbale, ma che c’è, è difficile da spiegare: se li tocchiamo sanno che ci siamo, parliamo sempre con loro e alle volte si intravede un cenno, un sorriso, uno sguardo, ma in realtà non si sa che cosa sentono, che cosa vedono. Questo non è un semplice lavoro che si fa per avere uno stipendio, alla base ci deve essere una scelta forte e una motivazione forte”.
Com’è l’interazione con i pazienti e le famiglie?
“Cerchiamo di coinvolgerli più che possiamo, naturalmente sotto anche sotto il consiglio dei medici: parliamo con loro, li salutiamo, raccontiamo cosa succede. Del resto siamo fatti di energia e la presenza nostra, come degli infermieri, dei medici e dei familiari è importante, perché non abbiamo solo il corpo fisico, con la nostra presenza possiamo esprimere emozioni e coinvolgere: l’amore lo si può vivere, trasmettere anche senza parlare. Loro non mi parlano, non mi rispondono, però percepisco che mi conoscono dopo tanto tempo, che sono vicino al letto quasi tutti i giorni. Con le famiglie è un terno al lotto: quando c’è la diagnosi hanno un crollo, poi piano piano vedono il sistema sanitario. Noi in Italia siamo molto fortunati perché la legge ci dice che la prima preoccupazione è mantenere in vita il paziente e non abbandonarlo. Poi ognuno reagisce a suo modo. Su cento pazienti avrò visto miglioramenti in due e parliamo di cose minime, come riuscire a bere un fruttino o uno yogurt, ma sono comunque cose importanti. Ci sono davvero mille modi per interagire ma alla base di tutto c’è solo una cosa: l’amore, che fa muovere tutto”.