E’ di queste ore l’annuncio di un possibile (ma ancora ignoto) accordo di pace tra Usa e Iran, sbandierato dal presidente Donald Trump dopo ormai quasi tre mesi dall’inizio della guerra, il 28 febbraio. Tra i punti principali in discussione, con il programma nucleare iraniano, c’è il futuro controllo dello stretto di Hormuz, la vera e inattesa “arma” economica che il regime degli Ayatollah ha utilizzato per tenere in scacco gli Stati Uniti e il mondo. Brescia compresa.
La guerra in Iran e noi
Ma quali sono stati, sinora, i contraccolpi della guerra per l’economia bresciana? Se l’è chiesto Confindustria Brescia, redigendo la consueta analisi congiunturale trimestrale. Ne risulta che più della metà delle imprese bresciane ritiene che la crisi del Golfo avrà (o ha già avuto) ripercussioni sulla propria attività. E’ questo preoccupante il quadro che emerge dalla survey. Sebbene la cautela sia d’obbligo (e gli stessi imprenditori intervistati da Confindustria faticano a trarre conclusioni), le nubi all’orizzonte sono piuttosto fosche. Tra le aziende che prevedono conseguenze, oltre il 61% ritiene che l’impatto del conflitto sarà duraturo e che gli effetti più critici potrebbero manifestarsi nei prossimi mesi. Parallelamente emerge un sostanziale equilibrio tra chi ipotizza conseguenze molto gravi (53%) e chi, invece, stima effetti relativamente più contenuti (47%). Nel complesso, quasi un terzo delle imprese (32%) prospetta però lo scenario peggiore, immaginando un impatto rilevante e, allo stesso tempo, anche persistente.
Competitività a rischio
A rischio, in particolare, è la competitività delle imprese bresciane, se le marginalità sugli affari con il Golfo dovessero ridursi ad esempio per l’aumento dei costi delle materie prime industriali (principale preoccupazione per il 64% dei rispondenti) e per l’incremento dei costi energetici (62%) e del trasporto (41%). Incrementi che potrebbero essere trasferiti sui prezzi di vendita, andando così ad alimentare ulteriormente le dinamiche inflattive. Appaiono invece meno preoccupanti, almeno in questa fase, i rischi legati a ritardi o difficoltà nelle forniture (13%) e alla riduzione della domanda proveniente dalle aree coinvolte nella crisi (12%).
Ma quali contromisure stanno prendendo i bresciani per far fronte alla crisi in arrivo? Ormai, le imprese che hanno già adottato interventi o che ne stanno pianificando, sono quasi nove su dieci (88%). Tra le azioni già implementate, le più diffuse sono la diversificazione dei fornitori e l’aumento delle scorte di magazzino, entrambe indicate dal 16% delle imprese.
Ma la produzione industriale è comunque positiva

La periodica indagine congiunturale del Centro studi di Confindustria ha tuttavia certificato come – almeno per il momento – i numeri del manifatturiero bresciano non hanno ancora scontato effetti negativi “visibili”. Nei primi tre mesi del 2026, l’attività industriale della provincia ha infatti registrato un nuovo incremento rispetto al medesimo periodo del 2025 (+3,5%), solo lievemente meno intenso di quanto rilevato nel trimestre precedente (+3,8%). Il 42% degli operatori intervistati ha dichiarato una crescita dell’attività rispetto al periodo precedente, a fronte del 31% che si è espresso per il mantenimento dei volumi prodotti e del 27% che invece ha segnalato una flessione. In percentuale, crescono le medie e le grandi aziende, mentre le piccole e le microimprese devono mettere un meno al loro recente giro d’affari.
«Il dato positivo della produzione industriale nel primo trimestre 2026 non va di pari passo, purtroppo, con quella che in questo momento è la reale situazione vissuta dal nostro sistema produttivo – le parole di Paolo Streparava, presidente di Confindustria Brescia – Le preoccupazioni delle aziende bresciane riguardano oggi, più che l’impatto immediato del rincaro degli input energetici, la durata della crisi che, se prolungata, rischierebbe, tra l’altro, di rendere ancora più costosi i trasporti internazionali, sempre più difficili gli scambi con i Paesi coinvolti nella guerra, oltre alle inevitabili ricadute sulla fiducia degli operatori economici e sulla bolletta energetica di imprese e famiglie, già notevolmente cresciuta in questi anni. A tali fattori si aggiungono poi le conseguenze provocate dalla politica protezionistica avviata dagli Stati Uniti, che ha determinato importanti correzioni nei flussi commerciali tra le varie economie».