È una storia di rinascita, dopo il dolore e la paura, quella di Gianni Ravelli, che vive a Calcinatello con la sua famiglia. Una testimonianza forte, che parte dall’impegno di anni nelle battaglie ambientali del Comitato Cittadini di Calcinato – in prima linea contro l’inquinamento e contro la WTE – e arriva a un percorso personale fatto di malattia, sofferenza e speranza. Oggi Gianni ha scelto di raccontare la sua esperienza per trasformarla in un messaggio di vita e in un appello alla donazione degli organi e all’adesione all’AIDO.
L’inizio della malattia
“Mi chiamo Gianni Ravelli e vivo a Calcinatello. Oggi desidero condividere la mia storia non solo come testimonianza personale, ma come invito profondo alla riflessione sull’importanza della donazione di organi e sull’adesione all’AIDO. La mia vita cambia nel 2020. Dopo essermi sottoposto alle normali analisi di controllo per i cinquant’anni, mi reco a fare la prima dose del vaccino contro il Covid-19. Un mese più tardi inizio a non sentirmi bene. Stanchezza, malessere diffuso, sintomi che non trovavano spiegazione. Inizia così un lungo e doloroso pellegrinaggio tra specialisti e visite, finché arriva la diagnosi: vasculite, una grave malattia autoimmune che infiamma i vasi sanguigni impedendo al sangue di raggiungere correttamente gli organi”.
Il ricovero e la dialisi
“Il peggioramento è rapido. Vengo ricoverato d’urgenza: cuore, pancreas, polmoni, intestino – tutto è compromesso. Per tre lunghissimi mesi resto in ospedale, sospeso tra la paura e la speranza. I medici riescono, con sforzi straordinari, a far ripartire quasi tutti gli organi. Tutti, tranne i reni. Inizia così la dialisi. Chi non l’ha vissuta non può immaginare cosa significhi. Sei ore attaccato a una macchina, più volte alla settimana. Sei ore in cui la vita sembra fermarsi. Pressione che sale e scende, stanchezza che ti svuota, dolori improvvisi, il senso costante di dipendere da un macchinario per restare in vita. Non è solo una terapia: è una prova fisica e psicologica che ti segna nel profondo.”
La fede, la famiglia e l’attesa
“In ospedale si incontra tanto dolore. Si vedono persone sole, sguardi pieni di paura. Le notti sono le più difficili: il silenzio amplifica i pensieri. Mi chiedevo spesso quale sarebbe stato il mio destino. In quei momenti mi aggrappavo alla fede e alle parole di don Bernardo. Guardando il crocifisso nella mia stanza, trovavo la forza di andare avanti. Pensavo che, nonostante la mia sofferenza, dovevo avere coraggio. E la mia famiglia è stata la mia roccia: non mi ha mai permesso di mollare. Dopo due anni di malattia arriva una notizia importante: sono in remissione. Posso entrare in lista per il trapianto di rene. Inizio un nuovo percorso fatto di visite, esami, attese. Vengo inserito in lista a Brescia, poi anche a Padova e Bologna, per aumentare le possibilità. Nel frattempo continuo la dialisi. Ogni volta, passando davanti a un albero vicino al centro, osservavo il susseguirsi delle stagioni. Era un promemoria silenzioso: la vita continua, sempre”.
Il trapianto e l’appello alla donazione
“Arriva una prima chiamata: sono secondo in lista. L’emozione è incontenibile. Preparativi, agitazione, speranza. Poi, poche ore dopo, la delusione: il trapianto non si farà. È un colpo durissimo, ma dentro di me sento che qualcosa si è mosso. Il 5 settembre scorso arriva la chiamata che cambia tutto: sono il primo in lista. La mattina del 6 settembre entro in sala operatoria con una pace che sorprende perfino medici e infermieri. Non ero disperato. Ero grato, fiducioso, sereno. Pregavo e mi affidavo alle loro mani. Quando mi sono svegliato e mi hanno detto che il trapianto era riuscito perfettamente, la prima cosa che ho chiesto è stata: “Chi è il mio angelo?”. Perché io so che, se oggi sono qui, è grazie a una persona che, nel momento più tragico per la sua famiglia, ha compiuto un gesto immenso: donare i propri organi per salvare altre vite. Non conosco il suo nome. Forse un giorno saprò se i familiari vorranno incontrarmi. Ma so che porto dentro di me un dono che è molto più di un organo: è un atto d’amore estremo. Qualcuno, prima di andarsene, ha scelto di trasformare la morte in vita. La donazione è questo: è speranza che rinasce nel dolore. È la possibilità che, mentre una famiglia piange, un’altra possa tornare a sorridere. Nessuno di noi è immune dalla malattia. Io non avrei mai immaginato che, da un giorno all’altro, la mia vita sarebbe dipesa da una macchina e poi dalla generosità di uno sconosciuto. Per questo credo sia fondamentale parlare di donazione e iscriversi all’AIDO. Dire “sì” alla donazione significa lasciare un segno che va oltre la nostra esistenza. Significa scegliere, consapevolmente, di poter salvare una vita. Io oggi vivo grazie a quel “sì”. Ogni respiro, ogni giorno con la mia famiglia, ogni stagione che torna a colorare quell’albero davanti al centro dialisi, è il frutto di un gesto di immenso amore. Donare è vita. E io ne sono la prova”.