La Fondazione Castello di Padernello, piccola frazione di Borgo San Giacomo, ha ripercorso la sua storia ricca di successi, impegno e voglia di fare comunità.
Una lunga storia di successo
“Questo è un miracolo”.
E’ forse la frase più pronunciata lunedì mattina nel salone da ballo del Castello di Paderenello dove la Fondazione omonima ha festeggiato i suoi 20 anni di attività con la presentazione di un volume dedicato alla strada fatta sin qui.
“Questo è un miracolo – insiste il moderatore Claudio Baroni, capo redattore del Giornale di Brescia – non riesco davvero a capacitarmi di tutto quello che la Fondazione è riuscita a fare in questi anni”.
Davvero tanto, tantissimo. Hanno provato a spiegarlo il presidente ad honorem, nonché primo presidente della Fondazione, Ignazio Parini , l’attuale presidente Domenico Pedroni, l’autore Johnny Dotti, Silvia Sbruzzi, assessore alla Cultura di Borgo San Giacomo, Roberto Saccone, presidente della Camera di Commercio di Brescia, Alessandro Azzi, presidente Federazione Lombarda Bcc e non ultimo Nicola Rocchi autore del prezioso volume.
Gli interventi
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“Abbiamo iniziato con idee chiare e tanti dubbi – ha ricordato Parini, a lui il compito di aprire gli interventi – il primo grazie ai presidenti della Bcc che ci hanno sostenuto e dato credibilità e naturalmente ai tanti, tantissimi volontari senza i quali le numerose aperture non sarebbero state possibili. Il nostro primo obiettivo è stato quello di salvare il castello, poi il castello è diventato il mezzo per rivalutare il borgo ed infine il borgo per promuovere il territorio. Se penso al prossimo futuro con l’acquisto e la ristrutturazione delle scuderie dove sorgerà l’infopoint delle Terre Basse si può dire che abbiamo chiuso un cerchio. Siamo riusciti a fare così tanto perché il nostro fine ultimo sono state le persone, la comunità”.
E’ proprio vero: la storia di Padernello si può tradurre come una grande comunione d’intenti nata tra persone che che hanno condiviso un sogno, seppur grandissimo, per questo si sono spese facendo rete con associazioni ed enti, per questo al centro c’è sempre stato qualcosa di concreto e solido come ridonare un bene alla comunità che fosse pieno di vita, non solo visite guidate, qui le attività culturali non si contano dalla presentazione di libri, ai concerti, passando per spettacoli teatrali e mercato della terra Slow food, davvero le attività non si contano. Cosa rimane da fare allora?
“Ci siamo occupati per anni del nostro patrimonio materiale, ora dobbiamo occuparci dell’immateriale – ha concluso Parini – esportare il nostro “know how”, far conoscere quello che abbiamo fatto qui: Padernello può essere un caso scuola”.
Niente di più vero. Torniamo alle origini: il maniero, residenza estiva della famiglia dei Martinengo databile alla fine del XIVesimo secolo, era ridotto a poco più di un rudere: parti crollate, macerie accumulate, ma dove qualcuno vedeva solo problemi insormontabili, qualcuno ha visto una grossa opportunità, non per se stesso, ma per la comunità. E’ stata istituita la Fondazione Castello di Padernello, da un gruppo di coraggiosi stretti da un intento comune e da una grande tenacia, in partnership con il Comune di Borgo San Giacomo, guidato dall’allora sindaco Giuseppe Lama, è stato acquistato l’antico Castello, il resto è storia.
“Quando è stata l’ora di votare per l’acquisizione del Castello in Consiglio comunale, se l’avessero chiesto ai cittadini, forse avrebbe vinto il “no” – ha ricordato Pedroni – c’è voluto coraggio, ma abbiamo sempre tenuto la barra dritta, quando dovevamo prendere decisioni siamo sempre stati tutti concordi, bastava che una sola persona non fosse convinta che facevamo un passo indietro, perché fondamentale è stata e continua ad essere la comunione d’intenti”.
La storia di Padernello è proprio questa: la storia di persone comuni, non grandi mecenati, che in prima persona hanno deciso di crederci e subito dopo di rimboccarsi le maniche: bellissime le foto di Virginio Gilberti che mostrano il castello com’era, pieno di macerie, e i volontari non intenti a fare riunioni, ma con gli stivaloni ai piedi e i guanti a rimuovere macerie ed erbacce.
“Adesso è facile parlare di progetti al Castello, ma vent’anni fa di certo non lo era – ha ricordato Sbruzzi – passavo qua davanti da bambina con mio zio che mi raccontava la storia del Castello: questo è un luogo magico perché non riguarda solo i muri ma la gente, i progetti qui hanno sempre avuto il fine ultimo della comunità, della socialità, hanno saputo risvegliare le coscienze”.
Le persone, la comunità prima di tutto.
“Mi hanno insegnato che quando non si hanno cose da dire si deve iniziare dicendo “grazie” e quindi: grazie, grazie, grazie a tutti, sarebbero davvero troppi i nomi da elencare quindi voglio ringraziare davvero tutti quelli che hanno partecipato a questo progetto – ha esordito Pedroni – Abbiamo sempre seguito due importanti indicazioni: non essere mai da soli, ma fare rete e collaborazioni, ed essere sempre uniti, ascoltarci gli uni con gli altri”.
Due punti che possono sembrare semplici, ma davvero non lo sono, anzi sono la ricetta che ha fatto vincere l’ennesimo bando, 300mila euro a fondo perduto da Fondazione Cariplo, che servirà per il restauro delle scuderie. Il punto più toccante che espresso da Dotti che parla di «incontro», il Castello è stato proprio un punto d’incontro.
“Venivamo qui quasi ogni sera per incontrarci, discutere, progettare perché prima di tutto ci piaceva: stare insieme, confrontarci…dico sempre che questa è stata la “castello-terapia” – ancora Pedroni – abbiamo custodito la bellezza, non solo in senso estetico ma etico, intesa come capacità di dare forma ai sogni per la comunità”.
Di cose per la comunità ne sono state fatte davvero tante: tutte magistralmente raccolte nel libro di Rocchi che tra interviste e documenti d’epoca e d’ufficio ha compiuto una bella impresa.
Non resta che augurare buon compleanno alla Fondazione e godersi una bella visita a Padernello.