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Chiari ricorda Cesare Olmi, gregario per scelta nell’era del ciclismo eroico

Il nipote Cesare Facchetti ha ricostruito le gesta di un campione dimenticato del ciclismo bresciano

Chiari ricorda Cesare Olmi, gregario per scelta nell’era del ciclismo eroico

Ha pedalato insieme a Coppi e Bartali, respirato la stessa polvere delle strade bianche, sentito il boato delle folle ai giri d’Italia degli anni Cinquanta. Ma non tutti finiscono nei libri di storia. Il clarense Cesare Olmi è uno di quelli: bresciano di provincia, gregario per scelta, uomo che ha vissuto il ciclismo eroico. Un campione di provincia.

Cesare Olmi

La ricerca del nipote Facchetti

Eppure qualcuno, oggi, vuole raccontarlo. Ha voluto farlo, da Chiari, il nipote Pietro Facchetti («appassionato di corse in biciclette, di numeri e di storia»), in un lavoro mastodontico di archivio. In un anno, esplorando documenti di mezza Lombardia, ha raccolto i preziosi documenti che parlano dello zio campione. Dai racconti di famiglia sussurrati nelle domeniche di festa, le vecchie fotografie ingiallite, tantissime statistiche e soprattutto ritagli di giornali (circa un migliaio gli articoli scovati nelle emeroteche).  Non per costruire un mito, ma per restituire memoria a un pezzo di provincia che ha pedalato accanto ai giganti.

Cesare Facchetti, nipote di Olmi e autore della ricerca diventata ora una mostra sullo zio

Quando disse: “Basta, ho smesso”

«Ho un ricordo dello zio (Cesare era fratello della madre), avevo tre anni: lui entra dalla porta e dice basta, ho smesso (riferendosi alle gare) – ha raccontato Facchetti – Ho trovato pure appesa a un negozio una Domenica del Corriere che parlava di lui». Una vita sportiva onesta, salite e risalite, a tu per tu con i più grandi dell’epoca. Quando essere grandi significava essere delle leggende di quello che al tempo ero lo sport nazionalpopolare.
Un’infinita documentazione dunque impastata di aneddoti che Facchetti ha pensato bene di fare conoscere attraverso una mostra che verrà allestita al Museo della Città e che verrà inaugurata il 20 dicembre. Nessuna velleità agiografia, solo una voglia intima di conoscere quello che che è stato. Non per costruire un mito, ma per restituire memoria a un pezzo di provincia che ha pedalato accanto ai giganti senza pretendere gloria. Per ripercorre una bella storia clarense, di sport e vita.

Da Chiari a Brescia in bicicletta per lavorare

Olmi (nato il 14 maggio del 1925 da una famiglia di 3 figli), la pedalata l’aveva nel sangue: «da giovane pedalava ogni mattina per andare a lavorare a Brescia». Avanti indietro, così crescono passione e muscoli. Iniziò con il fratello Luigi, pedalando da dilettante per le strade della Bassa bresciana. Nel ‘48 corre da dilettante nella «U. S. Libertas Brescia». Un metro e settantuno, fisico da passista scalatore. Vince fin da giovanissimo, facendosi notare (si piazza ottavo al «Giro delle Dolomiti»: uno dei migliori dilettanti del periodo).
Nel dopoguerra i trionfi alla Coppa Zardo di Scorzè, il Gran Premio Villanuova e la Coppa Colombo a Bernareggio. Vittorie sufficienti per convincere la Stucchi che quel ragazzo di Chiari meritava una chance. Il primo ottobre del 1950 firma il primo contratto da professionista, ciclista nelle migliori squadre del tempo. La Stucchi, certo, ma pure la storica Bottecchi e da indipendente in sella alla clarense U. C. Biancinelli Mazzotti.

Una vita da gregario

Il nipote ne ha ricostruito con minuzia ogni tappa vinta. Ogni successo. Ogni giro a cui ha partecipato nei suoi sei anni da professionista. Da abile e infaticabile gregario. Un lavoro oscuro di chi si sacrifica per fare squadra e far vincere i propri compagni.

«Ha partecipato alle più grandi corse: il Giro di Lombardia, quello di Sicilia. Fra i suoi successi c’è la Torino-Biella (celebrato con un «Olmi stacca tutti sui quotidiani»), la Vicenza-Treviso-Padova – continua – Corse da capitano quando gli lasciavano spazio, da gregario fedele quando serviva».

Al Giro d’Italia, il suo primo da professionista, chiude trentacinquesimo. Una posizione onesta, lontana dai riflettori ma dentro la corsa: tre, in totale, quelle in rosa. Facchetti, seguendo le cronache di inchiostro, ripercorre la vita sportiva dello zio fra titoli altisonanti che celebrano le imprese, le cadute e i sacrifici di un eroe silenzioso. Si alzò sui pedali fino al 1958, firmando per l’«Indaucho», una squadra spagnola.
Fu l’ultimo anno, quello che si corre per non dire addio. L’ultimo ballo, come si dice. A fine stagione, senza proclami né rimpianti, appende la bicicletta al chiodo.

«Tornato a Chiari, ha fatto ciò che molti ex corridori facevano: aprì un’officina, aggiustò biciclette, si dedicò alla comunità» ha aggiunto orgoglioso il nipote.
La famosa bottega in un angolo nel centro storico, in via Cambranti. Un impegno in politica e nell’associazionismo come promotore dell’Avis. Ma pure da mentore per il nipote, Cirillo, anche lui corridore: «Lo ricordano ancora in città partire in vespa, bicicletta a pezzi in spalla, per raggiungere il  campo di gara». Una vita normale, dopo anni in cui normale non era stato nulla. Muore troppo presto a cinquantasette anni, nel febbraio del 1982, portandosi dietro un patrimonio di fatica e dignità.

Andrea Bianchi