C’è tempo fino al 13 settembre 2025 per presentare osservazioni alla proposta di modifica del Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti della Lombardia.
La Regione ha infatti avviato una revisione mirata dei cosiddetti criteri localizzativi (CRILOC), ossia le regole che stabiliscono dove gli impianti di trattamento, smaltimento o recupero possano essere autorizzati. Un aggiornamento tecnico, ma dalle conseguenze politiche e territoriali pesantissime, soprattutto in province come Brescia, storicamente al centro di tensioni ambientali. Il cuore della proposta – formalizzata con la DGR XII/4838 del 28 luglio – riguarda tre nuove attenzioni operative: la tutela delle aree a denominazione DOC e DOCG, con particolare riferimento ai vigneti di pregio come Franciacorta e Lugana; la verifica degli impianti in prossimità dei confini regionali, dove si teme un effetto “spill-over” di rifiuti da territori limitrofi; la disciplina di impianti collocati in aree destinate a bonifica, per evitare sovrapposizioni in territori già compromessi.
A questo si affianca la consueta distinzione fra criteri escludenti (che impediscono nuove autorizzazioni), penalizzanti (che richiedono misure aggiuntive), preferenziali e prevalenti, secondo la logica già contenuta nell’Appendice 1 delle Norme Tecniche di Attuazione del PRGR 2022–2027. La vera novità è che ora gli operatori dovranno misurarsi con una tavola di revisione dei CRILOC, pubblicata insieme al materiale di scoping e alle carte geografiche, consultabile sul portale SIVAS (procedimento ID 143040).
Pressioni e conflitti sul territorio bresciano
Il territorio bresciano guarda a questo passaggio con particolare attenzione. Nel capoluogo resta in primo piano il termovalorizzatore A2A, con una capacità di circa 730 mila tonnellate/anno e recenti investimenti da oltre 110 milioni di euro per ridurre le emissioni e potenziare il teleriscaldamento. Ma è la cintura sud-orientale, da Montichiari a Calcinato, a fare da cartina tornasole del conflitto: qui le cronache ambientali hanno riportato numerosi casi negli anni di sequestri per discariche abusive, e da un lato si torna a «spingere» sul “fattore di pressione” ormai insostenibile.
Non a caso il Comitato Cittadini di Calcinato, con un comunicato dell’11 agosto, ha bocciato senza mezzi termini la proposta regionale: «Così non basta», affermano, chiedendo che l’area venga inserita fra i criteri escludenti e che non possano più sorgere nuovi impianti in un territorio già gravato da anni di conferimenti. Una presa di posizione che non manca di riverberi politici: al centro delle critiche finisce l’assessore all’Ambiente Giorgio Maione, bresciano, che alle ultime elezioni aveva raccolto il sostegno di settori ambientalisti, in particolare nell’area di Imma Lascialfari, che era uno dei volti più in vista.
Una sfida politica oltre il piano tecnico
Nelle prossime settimane si attendono le valutazioni: da un lato, la Regione rivendica il percorso VAS avviato con la Conferenza del 18 marzo e la trasparenza del deposito documentale. Dall’altro, i comitati locali premono per un riconoscimento delle situazioni più critiche soprattutto dopo la scottatura del caso Wte e fanghi tossici. In mezzo, i Comuni e le associazioni di categoria, chiamati a sfruttare questa finestra di consultazione attraverso le osservazioni per poter incidere davvero sul futuro di Brescia.
Come sempre la revisione del PRGR non è solo un esercizio tecnico: rappresenta un banco di prova politico sul rapporto fra istituzioni regionali e territori. E sarà difficile, per l’assessorato, ignorare la voce che da Brescia si sta levando sempre più forte: quella di chi chiede non solo nuove regole, ma un cambio di passo reale nella gestione dei rifiuti lombardi.